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Ma non perdiamo il filo: il nonno lavorò nel postone di Teta Togni per qualche anno, fece un po' di soldi e comperò un carretto grande e un mulo, poi tornò per la sua strada. Passava il tempo e arrivavano molti figli, e appena questi avevano sette, otto, nove anni imparavano il mestiere e lavoravano nel postone che il nonno s'era nel frattempo fatto. Anch'io fino al 1960 ho lavorato in quel postone e ho ricordi molto belli. Una della attrazioni principali nel postone De Bar era lo zio Rus che faceva il rullo. È stato - e veramente è così, che non racconto fesserie - uno dei più bravi su scala mondiale: lavorava su un praticabile di 6 metri di altezza. Ricordo che dopo la guerra lo zio Rus venne chiamato a fare il numero a Forlì dagli Orfei in piazza Mazzini.
Quella volta lo zio cadde, riportò varie fratture e per un periodo di tempo non riuscì più a lavorare. Poi, aggiustate tutte le ossa, riprese con più coraggio di prima. Nel postone del nonno il toni più bravo era sicuramente zio Cicia: teneva su lo spettacolo e faceva molto ridere. Mio padre che sapeva fare un po' di tutto, aveva come specialità il numero della sedia sulle bottiglie. Faceva il finale con due bottiglie solamente e terminava con una caduta all'indietro. Lo zio Vergilio, detto il Fradelin, invece faceva il contorsionista. Come lui non altro uguale. Durante l'inverno si facevano i numeri, ma solo quelli da terra, in  teatrini o in sale del dopolavoro e venivano a vederci il sabato e la domenica. I rapporti con la gente dei paesi, i gagi, erano ottimi. Forse perché c'era della miseria anche per loro. Molte volte quando non si lavorava a causa della pioggia ci portavano patate, fagioli, lardo e farina. Il nonno mi raccontava che più di una volta durante le intemperie, gli allevatori venivano da noi ad offrire le loro stalle per i nostri cavalli. Perché eravamo del circo eravamo molto stimati dalla gente e molti di noi si distinguevano, ovunque potevamo mettere in mostra le nostre doti. Per esempio mio cugino, Debarre Fioravante, era diventato un soldato ammirato nella caserma di Bologna dove prestava il servizio militare. Infatti, nel 1927, Mussolini andò di persona ad ispezionare quella caserma, e la compagnia aveva preparato dei numeri di ginnastica. Tutti i soldati saltavano la cavallina e si gettavano dentro cerchi di 120 centimetri. Mio cugino stupì tutti e preparò dei numeri speciali; saltava la cavallina con tripli salti mortali e si gettò dentro cerchio di 60 centimetri addirittura infuocato. Mussolini batté le mani. Ma il bello doveva ancora arrivare: al termine della rassegna Fioravante si presentò su un tetto  della caserma e si gettò da 8 metri con un salto mortale. Mussolini disse «Quello è un vero atleta!» , e si preoccupò personalmente che potesse avere quindici giorni di licenza.
Nel 1930 i Togni aprirono il primo circo italiano con il gran sapitò e furono seguiti anche dalle famiglie Zavatta, Carbonari, Arata, Zorzan e Triberti. Questi furono i primi circhi coperti ( o "americani") italiani. Gli Orfei ebbero il loro circo con il sapitò solo nel 1939. Il sapitò è il grande telone che unisce il traliccio ovale (detto cupola) con la parte inferiore del circo (tela di giro). I figli più grandi del nonno, i miei zii e mio padre, di tanto in tanto andavano nel circo Togni a fare i loro numeri ed erano molto apprezzati. Il circo con la tenda poi lavorava anche nei periodi invernali, anche quando il postone del nonno stava chiuso per il freddo e il cattivo tempo. La famiglia De Bar era una famiglia specializzata che offriva i migliori saltimbanchi al mondo del circo, proprio come altre famiglie erano specializzate in altri numeri. Per esempio i Canestrelli erano i più bravi giocolieri, gli Yarz favolosi trapezisti volanti, gli Arata specialisti nell' acrobatica, mentre i Triberti negli esercizi alla corda. Dal 1930 i Togni cominciarono a lavorare con animali che venivano dall'Africa e diventarono i primi domatori di belve feroci. Nella seconda metà degli anni trenta il nonno aveva già nove figli che lavoravano nel suo postone, così che poté comprarne uno più bello e più grande. Gli affari andavano bene. Venne a Modena da Tullio Pellicani, un commerciante che sapeva bene che galantuomo fosse il nonno, e comprò vari muli e qualche nuovo cavallo. Poi venne il 1939, un bruttissimo anno. L'Italia e la Germania avevano rotto il patto di non belligeranza con la Francia.
Era autunno e la mia famiglia s'era appena fermata al Bacino di Modena per fare la sosta dopo la stagione delle fiere. Da noi s'usa così infatti. Quando si lavora la famiglia si divide, poi d'inverno ci si ferma tutti insieme. Quell' anno la famiglia s'era fermata appunto nella Strada Bacino, che oggi credo si chiami Due Canali e c'erano insieme al nonno, lo zio Noti e la zia Mariettina con tutti i propri figli. Lo zio Carlo era invece ancora a fare la stagione in Lombardia e per lui fu una vera fortuna. Mio padre aveva appena conosciuto la mamma Albertina, detta Gonia, che veniva da una famiglia che girava con le giostre. Un mattino che piovigginava, mi hanno raccontato, molto presto hanno sentito bussare alle carovane, si sono svegliati e hanno visto le carovane circondate da militari, carabinieri, questura.Dicevano che si doveva fare quello che volevano loro e che avevano l'ordine di sparare se qualcuno si fosse opposto. Piantonarono tutto il giorno e la notte intera, prendendo il nome e il cognome a tutti, poi, il mattino seguente, condussero tutti quanti nel campo di concentramento di Prignano e ci portarono via tutti i muli e i cavalli che avevamo. In Italia, con le leggi razziali, fecero molti campi di concentramento per sinti, che nell'intenzione dovevano servire per smistare le nostre famiglie verso la Germania e la Polonia. So per certo che ce ne erano a Berra di Ferrara, a Fossa di Concordia, a Pescara, e anche un paio nel bolognese che non ricordo più i nomi. Se una deportazione di sinti non c'è stata, è stato solo per grazia della Regina Elena (che veniva dal Montenegro ) che nel 1941 ci difese e impedì quello che poteva avvenire. C'era anche il campo di concentramento di Fossoli per gli ebrei, ma questo lo si conosce. Gli ebrei dopo la guerra hanno avuto il coraggio di parlare, di ricordare.
Noi sinti no. lo, per esempio, mi sono sempre vergognato di dire d'essere nato in un campo di concentramento. Molti di noi ricordando di Prignano parlano dicendo «quando ci misero da quel contadino...». Ma che contadino? Quello era un campo di concentramento fatto per i sinti, e io ho trovato il coraggio di raccontarlo solo dopo che ho parlato con degli altri gitani spàgnoli e altri sinti tedeschi e francesi. Nella nostra lingua, mi hanno detto che nei loro Paesi dopo la guerra hanno potuto raccontare le loro storie, giornalisti e scrittori si sono occupati di quelle violenze che avevano subito e hanno scritto molte cose. In Italia no, non si trova il coraggio; ma io credo invece che sia giusto raccontare. A Prignano c'era il filo spinato e qualche baracca, poche perché noi avevamo le nostre carovane. Tutto era controllato da carabinieri e militari che nei primi giorni on ci facevano mai uscire. Poi, dopo un po' di tempo, decisero che dal campo potevano uscire quelli che volevano andare a spaccare le pietre per le strade a cinque lire al giorno. Così tutti andavano, anche per poter avere qualcosa da mangiare. Le guardie due volte al giorno facevano l'appello e il contrappello. C'erano dei turni di un' ora e mezza in cui le donne potevano andare al paese a fare la spesa. I carabinieri erano i più cattivi e vigilavano sempre anche all' osteria, tanto che non si riusciva nemmeno a fare una bevuta di un bicchier di vino in santa pace. Dopo un mese che s'era nel campo venne un ordine dal Ministero della Guerra: presero mio nonno Giovanni e lo portarono nel campo di concentramento a Civitella del Tronto perché fu riconosciuto detenuto politico, per il solo fatto di essere cittadino francese. Lì passò sacrifici e miserie insopportabili. Nel 1940 nasco io. Mio padre chiede ai carabinieri di portare la mamma all'ospedale di Sassuolo, ma dicono di no.
Così nasco al freddo dentro una carovana al lume di candela. E' un anno in cui tutti piangevano il nonno per morto, perché non si sapeva dove lo avevano portato e se fosse ancora vivo. Solo nell'autunno del 1940 concessero al nonno di scrivere una lettera. Nessuno ha ancora capito perché il nonno venisse considerato prigioniero politico, mentre poi hanno obbligato i suoi figli a servire la patria andando in guerra. Dal 1941, infatti, dopo l'intercessione della Regina, cominnciarono a considerarci non più deportabili ma arruolabili, per cui iniziarono a far partire scaglionati e a forza tutti gli uomini in età. Partì anche mio padre, che io avevo pochi mesi, per il fronte della Sicilia. Dopo otto mesi lo zio Rus per Livorno, e poi lo zio Virgilio, detto Fradelin, che fu mandato verso Gorizia a far la guardia di Frontiera. La mia famiglia era in un campo di concentramento per le leggi razziali, ma gli uomini venivano utilizzati in forza all'Esercito, mentre consideravano il nonno prigioniero politico. Mio padre stette in Sicilia fino al giugno 1943. Poi con lo sbarco degli alleati gli ufficiali italiani non organizzarono una resistenza, ma diedero il «si salvi chi può»,  che tutti i soldati cercarono di mettersi in salvo lasciando le armi e le divise, nascondendosi o risalendo come potevano l'Italia. A stento e a fatica mio padre tornò a Prignano e vi arrivò un giorno d'agosto. Erano tutti contenti di rivederlo, ma fu subito arrestato come disertore e mandato alla Corte Marziale di Brescia, dove rischiava seriamente la fucilazione. La nonna sapendo quello che poteva succedere al figlio, partì alla volta di Brescia. Aveva con sé una lettera che mio padre aveva scritto quando era soldato a Palermo. C'era scritto: «Tanti saluti mamma, fratelli, sorelle.
 Fatemi sapere del babbo», e c'era il timbro della caserma. La nonna fece vedere la lettera a un ufficiale della Wermacht che disse: «Tuo figlio buon soldato, ufficiali italiani, no» così che fu liberato, gli ridiedero la divisa e partì verso il fronte contro gli Alleati. Poi venne il famoso 8 settembre 1943, quando l'Italia fece l'armistizio con gli alleati. A Prignano quel giorno vennero i carabinieri e dissero: «Siete liberi di nuovo», nessuno ci credeva veramente. E il maresciallo disse: «Potete andare via come facevate prima», ma la nonna, che era il riferimento di tutta la famiglia rimasta, non sapeva più dove andare senza figli e senza il nonno. Così che mentre tutti gli altri sinti si rimettevano in viaggio e lasciavano quel posto, la nostra famiglia rimase lì ad aspettare che succedesse qualcosa.
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