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Kamini ha 10 anni e un’infanzia di povertà alle spalle. L’Aids si è portato via suo padre e non ha risparmiato la madre, morta poco tempo dopo. Da allora a Kanini e ai suoi sei fratelli e sorelle non è rimasta che una baracca in lamiera e una scodella di plastica per chiedere la carità agli angoli delle strade di Nairobi. Un giorno di qualche settimana fa, un’ulteriore disgrazia si è abbattuta sulla sua famiglia di orfani.
Dopo il consueto giro del quartiere alla ricerca di qualche moneta o avanzo di cibo, la piccola è tornata verso casa e non l’ha più trovata. Un bulldozer ci era passato sopra, riducendola a un cumulo di lamine accartocciate. Disperata, Kamini si è guardata intorno in cerca delle abitazioni dei vicini. Attorno a lei e ai suoi fratelli c’era il vuoto per centinaia di metri quadrati. Un intero sobborgo – poverissimo ma vivo e animato – era stato cancellato nel giro di poche ore. Una distesa di baracche si allunga dal centro di Nairobi in tutte le direzioni. Al suo interno vivono oltre un milione di persone, il 60 per cento della popolazione della capitale. Un mondo sotterraneo, non ufficiale, non registrato, nato nella precarietà. Nulla vi è di certo, di legale. L'unica legge è sopravvivere.
Eppure i quartieri di questo mondo oscuro hanno un nome e una collocazione ben precisa: Korogocho, Kiambiu, Kanuku, Kibera, Marengo, Kangemi, Huruma, Mukuru. Nomi che a Nairobi significano miseria, violenza, abbandono, ma che allo stesso tempo rappresentano il cuore pulsante dell’Africa che si arrangia giorno dopo giorno. Baracche, catapecchie e tuguri, che si fondono e si mischiano le une negli altri, sono il risultato dell’arrivo di generazioni di disperati provenienti dalle aree rurali di tutto il Kenya. Persone, famiglie, comunità che hanno lasciato capanne e campi sulle rive dei laghi Turkana e Vittoria, nel deserto di Chalbi o negli altopiani del sud-est per trovare lavoro e speranza a Nairobi, la grande metropoli. E per esserne inevitabilmente respinti, come spesso succede negli agglomerati africani, con l’unica soluzione di aggrapparsi alle periferie per non soccombere. La necessità di sopravvivere ha dato vita a un proliferare di piccole attività commerciali e lavori saltuari e improvvisati: una rete informe che è alla base di un’economia informale, nascosta e dunque fragile. Basta un nulla - una votazione in parlamento, una decisione amministrativa o una retata della polizia - che tutto salta, per rinascere e trasformarsi tra grandi sforzi. Due mesi fa il governo, attraverso le compagnie parastatali della Kenya Railways Corporation (la società delle ferrovie), e della Kenya power and lighting (la società elettrica), ha messo a dura prova la sopravvivenza degli abitanti di alcuni di questi quartieri.
 La decisione di privatizzare i terreni su cui erano state costruite intere aree abusive avrebbe causato lo smantellamento di migliaia di baracche. Quasi settecentomila persone sarebbero così rimaste senza tetto e senza un luogo in cui andare. La baraccopoli nell’occhio del ciclone era Kibera, la più grande del Kenya. E la prima area ad essere colpita sarebbe stata quella di Raila, vicino alla ferrovia. E' qui che viveva Kamini. Appena i bulldozer se ne sono andati, lasciandosi dietro cumuli di macerie, un gruppo di organizzazioni non governative locali si sono unite in difesa degli abitanti, impedendo ai demolitori di continuare. La Pamoja Trust  e un’organizzazione di avvocati di strada chiamata Kituo cha Sheria, hanno così creato un network che da qualche settimana si impegna a mediare tra il governo e gli abitanti abusivi. “Ci siamo seduti attorno ad un tavolo con i rappresentanti del governo e siamo riusciti ad ottenere una proroga”, spiega da Nairobi Peter Ng’ang’a, operatore umanitario dell’Anppcan, un’associazione locale che si occupa dei diritti dei bambini nelle baraccopoli. “Abbiamo chiesto alla società ferroviaria di trovare altre zone dove privatizzare e investire, possibilmente dove non vivono persone.
Ma Kibera non è la sola bidonville a rischiare di sparire. Nella lista figurano anche i quartieri di Korogocho e Mukuru. Eppure - continua Ng'ang'a - le Nazioni Unite, attraverso il dipartimento UN-Habitat, hanno da poco avviato un programma per riabilitare le baraccopoli e per migliorare le condizioni di vita degli abitanti, facilitando l’accesso ad acqua ed elettricità”. Olita Ogojo lavora per l’associazione Maji na Ufanisi, che si occupa dei problemi sanitari legati alla mancanza di risorse idriche nelle baraccopoli. “Lo smantellamento degli slums è una delle riforme previste dal nuovo governo”, racconta. ”Ma nelle vicinanze dei binari c’è un’intera umanità che rischia di essere cancellata. Case, scuole, negozi, bancarelle, chiese e moschee di lamiera sono il loro mondo. Nonostante da 40 anni nessuno ne riconosca l’esistenza, queste centinaia di migliaia di persone hanno diritto a stare dove sono o a essere trasferite in una località migliore. Lo stato non può ignorarle. Dove andrebbero? Che ne sarebbe di tutto quello che hanno costruito finora? Chi si occuperebbe di loro? Non possiamo lasciare la questione nelle mani dei burocrati. Con il nostro intervento abbiamo aperto un dialogo.
Ora la decisione di smantellare la zona è stata rinviata e questo è già un buon risultato”. Nel frattempo, Kamini e altre migliaia di disperati sperano di poter continuare a sopravvivere nelle periferie di Nairobi. In queste ore il governo sta decidendo che cosa ne sarà del loro mondo privo di certezze. Nell’illusione che un giorno, sopra le loro teste, non ci siano più tetti di lamiera, ma soffitti di case e palazzi.
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