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"Io… vorrei avere una vita normale: sposarmi, avere
dei figli, un lavoro fisso… Voglio essere come tutti. Ogni tanto
mi siedo sul marciapiede e guardo la gente andare e venire
indaffarata. Famiglie con bambini, donne, uomini che vanno al
lavoro o che se ne tornano portando la spesa per i figli. Cose di
questo genere che per tutti sono normali, tranne per me. E mi
chiedo: cosa sono io? Perché io non ho diritto ad essere come
tutti?" Mentre parla, Haidar fissa con lo sguardo un punto della
stanza dove in realtà non c’è nulla.

Guarda senza vedere. È come se non
si accorgesse neanche più della presenza della telecamera che lo
fissa, impudica, fredda e spietata. Ha gli occhi umidi. Non è più
il ragazzaccio cresciuto nelle strade sporche dei vecchi quartieri
di Baghdad. È ridiventato l'Haidar di tredici anni fa: un bambino
di appena cinque anni, perso in mezzo alla folla degli sfollati
reduci dei massacri commessi dall’esercito di Saddam nel sud del
paese… sotto lo sguardo benevole delle forze dell’alleanza dei
paesi occidentali. Liberati i pozzi petroliferi del Kuwait, chi
poteva interessarsi alle centinaia di migliaia di poveri insorti
in tutto il paese. Povera gente che aveva creduto che le forze
straniere fossero venute per liberarli dalla tirannia e che allora
avevano deciso di fare la loro parte, assaltando e appropriandosi
dei centri locali del potere, uno dopo l’altro. Era una folla
cosmopolita, indescrivibile, senza capi riconosciuti e senza
formazioni politiche alla sua testa. Una popolazione che sfuggiva
al controllo di tutti. Allora gli Usa preferirono ritirarsi e
lasciare al vecchio regime il tempo di riguadagnare il terreno
perso. Anzi, molto spesso c’è stata collaborazione tra le forze
aeree dell’occupazione e le forze di sterminio di Saddam per
localizzare e eliminare gli insorti. Ma non furono solo gli
insorti a morire in quella repressione selvaggia. Si parla
addirittura di 700 mila persone, ben più della popolazione reale
del Kuwait. Ma di tutto ciò Haidar non sa nulla e non gli
interessa neanche saperlo. Lui sa soltanto che in quegli eventi ha
visto l’inferno. Ha perso i suoi genitori e si è ritrovato alle
porte di Baghdad, trascinato dalla massa di sfollati che fuggivano
davanti alla morte. Haidar sa soltanto che, da quel giorno, lui
non sa più. Non sa chi è lui, chi fossero i suoi genitori, il loro
nome, il colore dei loro occhi, la forma del sorriso di sua madre…
non si ricorda più del calore di un abbraccio, della dolcezza di
una carezza.

Non sa più cos’è l’affetto tenero e dolce di una
madre né quello autorevole e protettore di un padre. Da quel
giorno Haidar il piccolo smarrito, non ha più avuto diritto alla
normalità, è diventato un bambino anomalo: un senza tetto, un
senza nome, un senza futuro. Dopo il terribile periodo dei
massacri, il regime di Saddam riprese le redini del paese, più
forte che mai. Per gli sfollati organizzò un quartiere in
periferia di Baghdad e lo battezzò cinicamente Saddam City. Una
specie di slum previsto per mezzo milione di persone ma abitato da
due milioni. Una polveriera di due milioni di vite spezzate, di
violenze taciute, di povertà e di sradicamento. I bambini senza
famiglia furono raccolti dalla polizia ed è così che Haidar si
ritrovò a Dar-arrahma, la casa della pietà: una prigione spietata
dove erano custoditi bambini senza famiglia, piccoli delinquenti e
handicappati.Ma Haidar parla di questo periodo quasi con
nostalgia. “ Lì almeno avevamo un pasto sicuro, un tetto sulla
testa, la scuola e se filavi dritto non ci succedeva niente di
spiacevole. Quando siamo stati 'liberati', l'anno
scorso, è iniziato l’inferno. Quando le truppe americane sono
arrivate alle porte di Baghdad, le ultime guardie rimaste sul
posto sono scappate e ci hanno lasciati rinchiusi dentro senza
niente da mangiare. Quattro giorni senza vedere nessuno. Il quinto
giorno la gente è entrata e ha cominciato a saccheggiare.”Chi è
entrato? Quale gente? Haidar risponde: "C’erano prima gli
americani che hanno aperto le porte e poi è entrato di tutto.
Hanno rubato e saccheggiato tutto. Poi dove siete andati?
“Siamo rimasti a vivere nelle strade. Sei mesi a vagabondare. Sei
mesi in cui abbiamo visto l’inferno: fame, freddo, paura,
violenze… Abbiamo fatto di tutto: mendicato, rubato, recuperato
cose da vendere dalla spazzatura. C’erano dei delinquenti adulti
che ci volevano utilizzare per rubare, per prostituirci o per
mendicare. La nostra forza era la nostra unione, siamo rimasti
sempre insieme.

Abbiamo trovato rifugio in una cantina abbandonata
nei pressi dell’albergo Palestine. Era la nostra casa. "Un giorno
che andavo in giro per procurarmi qualcosa da mangiare, ho chiesto
l’elemosina ad un uomo. Lui mi chiese se volevo mangiare. Ho
risposto di sì. Mi pagò da mangiare e rimase a chiacchierare con
me. In realtà era un educatore dell’organizzazione dei Francesi
(Enfant Du Monde, che hanno aperto il primo rifugio per bambini di
strada a Baghdad ). Ma io no lo sapevo. Poi mi chiese se c’erano
dei bambini con noi e se volevamo rientrare in istituto. Risposi
di sì. E da lì sono andato in giro per le strade di Baghdad e ho
raccolto tutto il mio gruppo uno per uno e siamo rientrati a Beit
Al Tifl, la casa del Bambino. Poi a noi grandi ci hanno detto che
non potevamo più stare con i piccoli. Allora ci hanno affidato al
Signor Saif, il nostro educatore e siamo arrivati qua in questa
casa."La casa è un ampio appartamento sommariamente ammobiliato
nel cuore di un quartiere popolare al-Aadhamia. Un appartamento
parzialmente autogestito da una quindicina di ragazzi di età
compresa tra 17 e 24 anni. Tutti con storie pesanti alle spalle e
tanti con dipendenze alla colla, agli psicofarmaci o all’alcool.
Una casa gestita, con quel cocktail (indispensabile in questi
casi) di affetto, comprensione e intransigenza, da Saif: un
operatore sociale tunisino (ma cittadino iracheno da più di 18
anni), un operatore sociale come non ce n'è un altro in tutta
Baghdad. Un cuore grande come una città e un coraggio che
supera tutte le prove. Saif gira di notte le strade di Baghdad
alla ricerca di ragazzi persi, di giovani tossicodipendenti, non
ancora maggiorenni.

È diventato un po’ il padre di tutti questi ragazzi
della strada. Un padre che ama, protegge e orienta. Ma un padre
che diventa intransigente quando si tratta di far dimenticare loro
la droga e l’alcool. Infatti Haidar non lo dimentica nelle sue
preghiere per un futuro migliore. Prega rivolgendosi ai ritratti
conservati nel suo cassetto personale. Ritratti di Alì - cugino
del profeta Mohamad - e di Hussein - figlio di Ali. Prega per
avere una vita normale, per poter trovare un lavoro fisso e ben
remunerato, per poter sposarsi e avere figli. Prega di poter un
giorno portare i suoi bambini e andare nella sua tribù per fargli
vedere che, nonostante non avessero né nonni né zii, hanno
un’origine anche loro. Ma nelle sue preghiere non dimentica il suo
padre adottivo. “Prego tutti i giorni perché il signor Saif possa
trovare un lavoro migliore.” Ci dice, con lo sguardo di chi pensa
che noi forse potremo fare qualcosa per esaudire le sue preghiere
o almeno parte. “Questo è troppo duro e troppo mal pagato. Lui
merita molto di più.”Strano come la bontà e la generosità possono
crescere anche nel (apparentemente) più arido dei terreni. Haidar
il ragazzaccio di strada, sporco e mal educato… quello che sniffa
colla e beve alcool di cattiva qualità, dal fondo della sua
disperazione trova la forza di essere generoso. Ci racconta che
quando riesce a trovare un lavoro, i giorni di paga, gli succede
di andare in giro alla ricerca di più disperati da aiutare. Ci
lancia un appello pressante.“Voglio dire a queste organizzazioni
umanitarie che ci aiutano, che non ci sono solo bambini e ragazzi
nelle strade. Devono aiutare anche i vecchi. Ce ne sono tanti
nelle strade. Gente anche di 30 o 40 anni che non ha dove dormire
nè che mangiare. La gente li tratta male magari perché bevono o si
drogano, ma nessuno cerca di sentire le storie che hanno alle
spalle, i pesi che hanno sul cuore…”.

È così Haidar, la strada gli ha insegnato tante
cose, lo ha anche tanto fatto soffrire ma non gli ha tolto niente
della sua umanità. Finita l’intervista, si alza e esce velocemente
dicendo qualcosa ai suoi compagni. Noi abbiamo fretta. Vogliamo
andare a riprendere altrove, ad intervistare altre persone. Ma
Saif, l’educatore, ci ferma prima dell’uscita: “Non potete
andarvene così”, ci lancia con una luce stranamente bella nello
sguardo, la luce di un padre fiero della propria prole, “Haidar è
andato a comprarvi da bere, con i suoi soldi. Non potete negargli
l’onore di ospitarvi.”
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