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A sera, quando l'ultimo riflesso di chiarore
si era spento nel cielo, si accendeva nella grande cucina il lume
a petrolio. Lo steccolino di legno preso dalle frasche accese nel
camino,per non sciupare il "fulminante"si avvicinava alla
"calzetta" che, tolto con cautela il lungo tubo di vetro e girata
accortamente una specie di vite posta di lato, si alzava
leggermente, spuntando in tondo dal castelletto di metallo, e la
luce brillava, dapprima azzurrognola, poi sempre più chiara, anche
se venata da un alone giallastro. Il centro della stanza si
illuminava, mentre negli angoli cominciavano a danzare strane
ombre più o meno lunghe. La finestra diventava allora un
rettangolo nero che mi faceva tanta paura, la porta si sprangava
con un travicello di legno e i miei occhi andavano con frequenza
sempre maggiore ai due fucili dalla lunga canna lucente che
pendevano, rassicuranti, alla parete.

I cani latravano rompendo il
silenzio immobile, ma niente paura, è passata una bestia. Nelle
sere di luna tutto cambiava e mi sentivo più tranquilla, anche se
rifuggivo ugualmente dalla finestra affacciata sui campi dove
olivi e viti disegnavano sagome contorte, vagamente paurose. Il
lusso del petrolio non poteva durare a lungo dopo cena, quando gli
uomini erano già a dormire, presto perché all'alba sarebbe
cominciata la nuova giornata di lavoro, la scena cambiava. Le
cugine sganciavano dall'apposito gocciolatoio la "luma", la
lucerna ad olio dal cui manico ricurvo pendevano il piccolo
attizzatoio a molla e un cappuccetto a forma di cono per spegnere
la fiamma evitando il fumo puzzolente. Accendevano lo stoppino di
cotone che, impregnato dell'olio contenuto nel recipiente di latta
dalla punta a beccuccio, cominciava a bruciare lentamente con una
sua fiammella traballante al minimo soffio d'aria, e spegnevano il
grande lume a petrolio. Il cucinone si immergeva nella penombra e
la bragia nel focolare brillava più intensa riverberandosi sul
pelo del gatto che faceva le fusa e sui rami appesi alle pareti.
Ma accanto alla lucerna, posta un poco più in alto della persona
seduta, ci si vedeva bene e alla sua luce le mani delle cugine,
che durante il giorno avevano conosciuto lavori anche pesanti per
supplire all'assenza degli uomini al fronte, diventavano alate
mani di esperte ricamatrici. Nascevano metri
e metri di punti a giorno semplici, incrociati, tessuti, e cifre
dalle ampie volute e ricami di rose e margherite che circondavano
scritte auguranti sonni felici. E nascevano metri e metri di pizzo
all'uncinetto dove stelle e ragni e vuoti e pieni di maglie alte e
basse si alternavano, mentre anche le mie mani esperte si
cimentavano con l'arnese ribelle nello sforzo dei primi punti
della catenella.

Nasceva il "corredo", Bianco, di
tela fine o ruvida, "compra" o fatta in casa: dodici lenzuola...
ventiquattro... trentasei... e federe e asciugamani e tovaglie.
Doveva essere ricco e bello, il corredo, affinché l'ipotetico
futuro marito, o meglio l'esigente futura suocera, lo trovasse di
suo gusto. Altro bene prezioso, oltre alla luce, era l'acqua.
L'acqua si attingeva ad una fonte nascosta in una grotta tutta
rivestita di capelvenere, in fondo a un sentiero ombroso, a
qualche centinaio di metri di distanza. Il cavallo o il mulo si
incaricavano di andare e venire con i panciuti barilotti dai quali
veniva poi versata nelle conche di rame o nei capaci mastelli, a
seconda degli usi. L'acqua era limpida e
gelida. Non era ammesso farne spreco. Sogno del "clan" patriarcale
sarebbe stato quello di poterla incanalare per portarla in casa.
Ma un sogno veramente per la piccola comunità che, anche vivendo
in un certo benessere, si potrebbe anche quasi dire
nell'agiatezza, dando alla parola il senso di quegli anni lontani,
non poteva assolutamente disporre del denaro necessario
all'impresa. Dall' America, più esattamente dagli Stati Uniti,
dove alcuni componenti maschi della numerosa famiglia avevano
emigrato in cerca di fortuna, giungevano regolarmene rimesse di
denaro, ma venivano assorbite dalle spese per la necessità di
lavori agricoli e per l'acquisto di qualche terreno vicino,
ritenuto indispensabile per questioni di confine, di passaggi, di
acque, tutte cose che nei campi creano spesso pesanti schiavitù.
Comunque, con l'acqua della fonte si riempivano brocche e catini
e, alla mattina, che festa l'acqua fredda gettata a piene mani
sulla faccia insonnolita e che strilli e spruzzi il bagno nel
mastello e come era gustoso bere al "piccaro", mestolo di rame dal
lungo manico uncinato!Momento di grande importanza per la vita del
casale era quello dedicato al bucato. E l'acqua in gioco diventava
allora quella del torrente.

Ad intervalli regolari venivano le donne
per il bucato ed era festa grande. I muli carichi di sacchi di
biancheria da lavare e di tutti gli attrezzi necessari
all'importante bisogno venivano presi "a cavezza" e via tutti in
fila giù per il ripido pendio della collina fino al torrente. Il
torrente, quello già incontrato all'arrivo, veniva da lontano, dai
monti al confine con l'Abruzzo e determinava e dominava il
paesaggio e la vita intorno. Imponente e impetuoso, precipitava
dall' alto giù nella valle, sempre ricco di acqua, urtava rombando
contro le grosse pietre che volevano ostacolarne il passaggio, si
allargava un poco nella radura e di nuovo restringeva il suo letto
tra due alte sponde fiancheggiate dai vinchi rossastri con i
lunghi rami piegati. Era per me una delizia e un incubo. Il
piacere di immergervi le mani o i piedi, di vederlo correre veloce
e furente verso mete lontane, si univa a una sorta di panico che a
volte mi prendeva di potervi, chissà come, cadere dentro, di
trovarmi di fronte a una forza travolgente contro cui uomini e
cose erano certo impotenti. Non era il ruscello cantilenante; il
rombo dell'acqua riempiva il silenzio intorno e assumeva a tratti
ai miei orecchi toni di misteriosa minaccia. Quando per andare al
santuario francescano in cima al colle o per recarsi nei paesi
vicini bisognava per forza attraversarlo, erano momenti terribili.
Si doveva passare su un ponticello primitivo fatto con due tronchi
di albero e non era piacevole trovarsi in equilibrio in alto sull'
acqua spumeggiante. Oppure, per abbreviare il percorso, si poteva
attraversare con un gran salto in un punto in cui le sponde si
avvicinavano in un passaggio strettissimo: ma il rombo dell'acqua
costretta come in una condotta forzata era veramente infernale e
solo gli incoraggiamenti e poi le imposizioni delle cugine che,
prima persuasive e poi man mano stizzite, mi tendevano la mano
ripetendo "non aver paura", mi decidevano al gran passo. Chiudevo
gli occhi per non vedere, mentre il torrente mi ripeteva
minaccioso "ti prendo, ti prendo". Il rito del bucato era comunque
una festa. La piccola carovana si fermava nella radura sulla riva
dove il letto sassoso si allargava e sparpagliava in più
torrentelli. Sacchi, canestri, mastelli e caldaia venivano
scaricati a terra. Da un grande cesto, ben coperto da una candida
tela, usciva per prima la panciuta "copelletta" piena di vino e
veniva messa "in frigo", al sicuro tra due pietre, nell' acqua
fredda. Le donne si davano subito da fare ad accendere il fuoco
con i rami secchi raccolti qua e là, vi mettevano sopra il
treppiedi e sul treppiedi la grande caldaia piena d'acqua.
Cominciavano poi a insaponare, strofinare, sbattere sulle pietre
liscie e bianche. I vari capi, man mano, venivano posti con ordine
in una cesta di vimini; poi si ricopriva il tutto con una pesante
tela, e poco alla volta vi si versava sopra l'acqua nella quale
era stata messa a bollire un' abbondante quantità di cenere.

Allora, mentre appesi ai rami come in un
gran pavese, asciugavano gli indumenti di colore, si scopriva il
famoso cesto e cominciava il déjeuner sur l'herbe, ricco di pane
croccante condito con l'olio, di saporita pizza al prosciutto, di
pecorino piccante stemperato dal vino gelato. Il sole nel cielo
indicava mezzogiorno. Le donne tornavano al lavoro. Toglievano dal
cesto il "ceneraccio" e le braccia robuste sciacquavano nel
torrente con movimenti vigorosi, come lanciandoli lontano per poi
ritrarli rapidamente arrotolandoli, i panni candidi, profumati di
pulito. Poi, dopo averli strizzati, in due, con movimento inverso
di torsione, li stendevano sull'erba, così che il sole li rendesse
ancora più bianchi. Al tramonto, il tutto ben piegato, si prendeva
la via del ritorno su per la salita, tirando i muli carichi,
recalcitranti a lasciare il riposo tra il verde.

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