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La zia Angelina era moglie dello
zio Arduino, fratello di mia madre. Matrimonio contrastato e
ancora contestato molti anni dopo. Lo zio era artigiano, figlio di
artigiani, di famiglia che, seppur decaduta, si qualificava
"bene". La zia era figlia di braccianti. Classi sociali diverse
all'inizio del secolo, ma soprattutto la zia era vivace,
spigliata, spiritosa, estroversa. Viceversa, i componenti della
famiglia "bene", quella cioè dello sposo, erano molto compassati,
seri, introversi. Forse, anzi senza forse, direbbe oggi uno
psicoanalista, aveva pesato sulla loro infanzia quella certa
drammatica storia di tutori e di usurpazioni, di notai e avvocati
poco onesti che, come i personaggi cattivi di una vecchia favola,
continuamente ricorrevano nei ricordi e nei discorsi di mia madre
e dei suoi fratelli.

A me la zia Angelina, di cui sentivo
continuamente elencare gli innumerevoli difetti, riusciva, invece,
enormemente simpatica. La ricordo bruna e rotondetta, con una
massa di capelli neri, due occhi nerissimi, vivi, intelligenti,
pieni di grazia e di garbo, sempre in movimento, sempre
indaffarata, ricca di un suo particolare savoir faire ed esperta
di psicologia spicciola. "Mezzogiorno! Oh, dio, non è pronto.
Presto, stendi la tovaglia; se lo zio rientra e vede
apparecchiato, aspetta senza pensarci su e non brontola. Gli
uomini si incantano con poco...", mi insegnava nei soggiorni
estivi in paese presso di lei. Erano soggiorni felici. Figlia
unica, vi ritrovavo la compagnia di cugine e cugini che
consideravo come miei fratelli.La zia era brava; sapeva fare di
tutto come le donne della sua generazione. Ma l'abilità in cui
eccelleva era l'arte del cucinare. Innate attitudini di estro e
fantasia, non avendo potuto trovare altro sbocco, si realizzavano
tra pentole e fornelli facendo di lei un'abile chef in
paese, aveva una sua fama e veniva ricercata, pregata, scongiurata
e ben compensata per l' organizzazione di pranzi e ricevimenti,
quando eventi solenni, come l'arrivo di monsignor vescovo o
dell'onnipotente deputato del collegio, richiedevano l'immancabile
conclusione intorno alla tavola imbandita.

Era ancora il tempo delle molte
portate e l'importanza del pranzo era appunto determinata dal loro
numero. Tra antipasti, contorni e dolci non era difficile superare
la decina. Menù da capogiro. Iniziava l'antipasto. Venivano poi,
in un ordine che non riesco a mettere bene a fuoco, i timballi di
pasta o i lunghissimi "maccaruni" all'uovo fatti a mano, tagliati
a mano, con rapidità incredibile, dall'affilato coltello. Seguiva
un brodo consumato che doveva preparare lo stomaco alle successive
fatiche, e poi cappone o gallina bollita e farcita. Si continuava
con l'immancabile fritto misto, l'umido, cioè una carne con salsa
rossa, l'arrosto, la cacciagione allo spiedo; il tutto
accompagnato da adeguati contorni di verdure e legumi. Dolci e
frutta chiudevano in bellezza, mentre i bicchieri tintinnavano nel
brindisi finale. Mancava, nel menù, il pesce che non era di casa
tra i colli sabini. Rivedo la zia Angelina, piazzata nell' ampia
cucina della notabile famiglia ospitante, comandare come un
generale al piccolo esercito di aiutanti messo a sua disposizione,
tra lo scoppiettare delle frasche accese nel camino, tra miriadi
di faville guizzanti su per la cappa, i profumi intensi, il vapore
di caldai e casseruole. Ai suoi ordini si impastava, condiva,
lardellava, pilottava, rimestava, mentre lo spiedo girava
sfrigolando. La zia A. seguiva tutto, controllava, giudicava,
annusava... e stabiliva se una certa vivanda fosse o no giusta di
sale e di cottura. Una vera maga, ai miei occhi. E non parlo dei
dolci che sapeva preparare. Troneggianti "zuppe inglesi" con
fatidiche scritte, piatti di uova alla neve su ricette importate
misteriosamente fin lì dalla cucina francese, coloratissime torte
farcite a più ripiani, zabaione con savoiardi, punteggiano i miei
lontani ricordi di desideri non sempre appagati e di rattristanti
"non si tocca". Ma ciambelle e ciambelloni di tutte le misure, e
biscotti e biscottini di tutte le forme, a
"esse", a lumachella, a tortiglione, erano sempre a disposizione;
e a Pasqua una certa pizza, detta lievita, da mangiare nella
tradizionale colazione con le uova sode e il salame che il prete
era venuto a benedire il sabato santo; e a Natale la "nociata"
distesa a rombo sulle verdi foglie del lauro, e i mostaccioli di
miele, e il pangiallo ricco di zibibbo e di fichi secchi e noci.
Assistevo affascinata alle varie manipolazioni, attratta dai
profumi e dai colori... e dalla segreta speranza di potere, alla
fine, leccare il mestolo e far "scarpetta" nel recipiente. Il
colmo della felicità arrivava quando venivo incaricata di qualche
piccola faccenda come quella di rimestare la crema inglese e
pasticcera. "Ma nel giusto senso, sempre lo stesso, mi raccomando,
che non impazzisca". La crema impazzita era proprio una sciagura e
giravo attenta, palpitando a ogni minimo segno nefasto di bolle e
di grumi. Ma il ricordo della zia Angelina e dei miei soggiorni
estivi in casa sua è particolarmente legato al rito del pane che
si svolgeva a intervalli più o meno regolari di due, tre
settimane. Lo ritrovo, quasi come in un alone di mistero,
intercalato di suoni, di voci, di bagliori, di formule magiche.

Il rito cominciava alla vigilia del giorno
fissato dopo concitate consultazioni con la "fornara" personaggio
chiave di tutta la complessa vicenda, e dopo vari preparativi
precedenti. Infatti si partiva dalla cernita del grano. I chicchi
preziosi passavano un po' alla volta dal sacco allo scifo di legno
e, seguiti con occhio attento, venivano fatti rapidamente
scivolare tra le dita della mano destra aperte e pronte a cogliere
al varco le palline nere delle vecce o di altri piccoli intrusi.
Quando il grano era pulito, veniva portato al mulino ad acqua sul
torrente, a qualche chilometro dal paese e dopo che le pesanti
macine di pietra avevano compiuto il loro lavoro, l'asino, unico
mezzo di locomozione di cui la famiglia disponesse in proprio,
riportava a casa la farina. Entrava allora in funzione il setaccio
grande e rotondo che la solita mano capace faceva andare avanti e
indietro, con inconfondibile ritmo cantilenante, a grande
velocità, sulla tavola di legno, la "spianatora", senza far cadere
un filo bianco, senza mai sbagliare. Con mossa particolare la
farina veniva spinta man mano in fondo alla tavola dove formava
tanti semicerchi concentrici, mentre nel setaccio rimaneva la
crusca. La sera che precedeva il giorno stabilito per la grande
impresa, la zia "metteva" il lievito. Alzava il pesante coperchio
dell' arca, così chiamavano in Sabina la madia, antica,
intagliata, già piena di farina, e in un angolo posava una
misteriosa palletta giallastra che era stata tenuta gelosamente in
serbo. La copriva con un po' di farina, la bagnava con un po' di
acqua tiepida, rimestava il tutto con le dita, poi con le mani
aperte e infarinate aggiustava la palla più grande che si era
formata, vi tracciava sopra con l'indice destro il segno della
croce, e il coperchio ricadeva pesantemente sul mistero. Prima
dell' alba, forti colpi battuti alla porta sulla piazza
rintronavano nel silenzio della casa apparentemente addormentata e
una voce imperiosa intimava: "Appiccia"
(accendi). Dopo poco, nel camino crepitava alta la fiamma e quando
di nuovo la voce dal basso ordinava: "Appicca" (appendi), il
grande paiolo nero pieno d'acqua veniva appeso all'uncino della
catena che pendeva nel bel mezzo della cappa. Gli ordini si
succedevano a intervalli più o meno lunghi. "Ammassa", e l'acqua
fumante veniva versata sulla farina disposta a fontana nella
madia, al centro la palla di pasta segnata dalla croce.

Le braccia nude della zia che, bassina di
statura, aveva messo un rialzo sotto i piedi per acquistare forza,
affondavano nel massone vischioso, mestavano e rimestavano con
energia in sapienti giri, e finalmente tutto si amalgamava in una
bella massa morbida e liscia. Ricadeva il coperchio dell'arca,
altre fascine venivano gettate nel fuoco e tutto l'ambiente ardeva
e acquistava il tepore necessario alla prima lievitatura."Mitti 'n
tavula" (metti sulla tavola), intimava ancora dal basso delle
scale la solita voce, e poi ancora: "Appagnotta"'. Le mani
infarinate staccavano dalla massa, cresciuta prodigiosamente, un
blocco dopo l'altro e lo trasformavano in un lungo filone bombato.
Era in attesa l'apposita tavola rettangolare ricoperta da lunghe e
strette tovaglie di pesante tela tessuta a mano, orgoglio di ogni
corredo. Una striscia era già distesa, l'altra, avvolta a rotolo,
veniva via via allungata a ricoprire, separandoli con successive
accorte piegature, i "filari" che rapidamente si venivano
allineando. Sopra, un altro telo, e altri ancora se l'ambiente non
era abbastanza caldo e la nuova lievitatura tardava. Arrivava dopo
qualche tempo, con fare deciso, la fornara. Scopriva un angolo
alzando appena un pizzo della tovaglia, guardava i filoni che si
erano venuti gonfiando, vi affondava leggermente un dito e
sentenziava con tono inappellabile: troppo avanti, troppo
indietro, copri, scopri, "mitti 'na fascina". Si sentiva, ed era,
importante e responsabile. Doveva coordinare le varie "tavolate"
in preparazione nelle varie case in modo che fossero tutte pronte
al momento giusto, pena la caduta della lievitatura. "Se
sdelleveta" (cade la lievitatura, si affloscia), era il grido
d'allarme e d'angoscia. Il pane doveva riuscire perfetto. Ben
cresciuto, ben cotto, ben colorito. una "tavolata" mal riuscita
comprometteva il credito della fornaia e quello della massaia;
provocava accuse e liti nel forno, malumori e bronci in famiglia.
Era un valore, quel pane. Nasceva da lunghe fatiche, da lunghe
ansie accumulate spiando il cielo, le nuvole, il vento. Era il
pane quotidiano della preghiera. Non era semplicemente il "profumo
della mensa". Pane e olio. Pane e pecorino. Pane e cipolla. Pane e
noci. Pane e pomodoro. Erano per molti, sui colli e tra i campi
vicino a Roma, i "lauti" pasti degli anni Dieci. Finalmente la
donna del forno tornava. Oltre i vetri apparivano i primi raggi
del sole e il bagliore della fiamma nel camino via via si
attenuava.

La donna avvolgeva a "cercine" un grosso
canovaccio, se lo poneva sul capo e sulla piccola, morbida
piattaforma circolare issava in giusto equilibrio la tavola lunga
e stretta. Poi si muoveva sicura. Scendeva le scale, attraversava
stradette e vicoli, procedeva maestosa, superando ciottoli,
salite, discese con la tavola sempre miracolosamente in bilico,
verso il forno. Al forno, nel vicolo stretto, l'agitazione era già
grande. Fumo, fiamme, cenere, farina, rastrelli e palette e certe
strane scope fatte di frasche legate insieme. Voci concitate,
agitate: "Prima io", "No, prima u meu" (il mio). Ma la fornara,
calma e possente, giudica e manda. L'ardente bocca spalancata è in
attesa: uno dopo l'altro, avviati e fatti scivolare con abile
mossa della pala a manico lungo, i "filari" vi scompaiono dentro.
L'ultimo era destinato alla pizza salata, attrattiva potente, che
mi aveva buttato giù dal letto prima del canto del gallo.
Schiacciato, stirato in lungo e in largo, le dita vi facevano
sopra, premendo, tanti piccoli pozzetti entro i quali si fermava
l'olio che scendeva abbondante dal lungo becco del buzzico di
latta. Cosparse di sale, anche le pizze scomparivano nell'avida
bocca. Poi, la pesante lastra di ferro la chiudeva, spegnendo ogni
bagliore. Una breve attesa, il portello si riapre a metà e la
pizza esce bollente, dorata, fragrante, sfrigolante. Le mani si
tendono avide e... caute. È il primo saporito premio alla lunga
fatica, alla lunga tensione. L'attesa ricomincia. Le comari
chiacchierano, pettegolano, ridono, un po' eccitate, un po'
nervose. La fornara vigila. Sbircia ogni tanto dal portellino
piccolo, aperto nel grande, per vedere a che punto sia la cottura.

Ma, per carità, non troppo a lungo, che il
pane non si "abbassi" per un improvviso cadere del calore del
forno. Ecco, improvviso, un allarme. Madonna "mea", si colorisce
troppo. Presto, si apre il portello, si introduce un rastrello, lo
scintillio dei tizzoni si attenua velato dalla cenere rimossa: il
pericolo è scongiurato. La cottura può continuare senza timori. La
fornara è come il dio Vulcano, padrona del fuoco e delle fiamme.
Finalmente ci siamo: si sforna. I filoni croccanti si allineano di
nuovo ordinati sulle ruvide tovaglie e le tavole cariche di pane
fresco compiono a ritroso il viaggio già fatto, sempre
miracolosamente in bilico sul capo della stessa portatrice,
trionfante, una mano sul fianco, l'altra pronta a sostenere il
carico al minimo cenno di pericolo. Così, per tutti, il rito era
uguale, "signori e poveracci", come dicevano le comari del forno.

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