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Robert Koch nacque nel 1842 a Clausthal, un
piccolo paese posto in una bella e tranquilla vallata nel centro
della Germania. Intorno c'erano grandi foreste, dove i ragazzi del
villaggio si inoltravano per giocare. Alle loro corse ed alle
arrampica te sugli alberi partecipava anche il piccolo Robert,
figlio di un minatore; ma più di tutto egli amava osservare la
natura e provava un interesse vivissimo nello scoprire e capire
cose nuove. Mentre gli altri facevano il chiasso, egli imparava i
nomi delle erbe e degli insetti, si chiedeva come è costruita una
farfalla, se lo scarabeo ha il cuore, come fa a respirare... Dopo
aver seguito i primi studi brillantemente, Robert Koch si iscrisse
per studiare medicina all'università di Gottinga.

Anche qui era il più serio dei compagni,
non perdeva tempo in feste o in ragazzate e si tuffava nello
studio con sistema e costanza. Prese ad interessarlo vivamente la
medicina. Per poterla studiare meglio, diventò assistente presso
l'istituto di patologia (patologia: studio delle malattie). A 21
anni, mentre ancora studiava, vinse il primo premio per un lavoro
scientifico, che aveva fatto non perché l'argomento lo
interessasse particolarmente, ma perché, eseguendolo, avrebbe
avuto la possibilità di usare il microscopio. Conclusi gli studi
nel 1866, iniziò la vita di modesto medico condotto. Coscienzioso
e paziente, era stimato da tutti. Ma quante volte la sua opera era
impotente di fronte a certe malattie! Specialmente contro quelle
epidemiche, che a quel tempo erano ancora misteriose. Alcuni
medici avevano cercato di provare che i germi di alcune di esse
erano piccolissimi organismi, ma nessuno li aveva individuati. In
quel periodo, nella località dove si era sistemato Koch, si
diffuse un'epidemia che uccideva molti animali domestici. Egli si
mise in testa di scoprire il germe della malattia che faceva
strage. Si costruì un minuscolo laboratorio, dove nei ritagli di
tempo fra una visita e l'altra, e la notte, lavorava con
microscopio e provette, in mezzo a gabbiette di animali.
Controllando i campioni prelevati agli animali morti per
l'epidemia, un giorno vide sotto l'obiettivo dei piccoli fili con
strane ingrossature.

Era il bacillo cercato? Esso aveva un nome,
benché mai nessuno lo avesse « isolato»: la gente lo chiamava «
carbonchio », i medici lo chiamavano « antrace ». Nel quaderno
dove annotava via via i risultati dei suoi esperimenti, quella
sera Koch scrisse: « antrace? ». Nei giorni seguenti intensificò
gli esperimenti, finché ebbe la sicurezza di aver trovato il
bacillo della malattia. Allora annunciò la scoperta. Per gli
ambienti scientifici fu una bomba: un medico condotto di
provincia, solo, con mezzi rudimentali, aveva scoperto le cause di
una malattia infettiva, che tante volte aveva decimato il bestiame
agricolo. Lo scopritore venne chiamato a Berlino. Qui lo troviamo
nel 1891, direttore dell'istituto delle malattie infettive. Ora
disponeva di vasti mezzi. Grazie alla costanza e alle geniali
intuizioni che lo avevano già guidato nella prima importante
scoperta, poté aprire nuove possibilità di studio per gli altri
ricercatori: ricorse alle colorazioni dei preparati, alla
preparazione di terreni di coltura per i bacilli, trasparenti e
solidificabili, portò molte innovazioni alle lenti del
microscopio. Nel 1882 scoprì il bacillo della tubercolosi (il
bacillo di Koch): veniva così definitivamente dimostrata la
contagiosità della malattia; nel 1884 trovò il vibrione del
colera. Per le sue scoperte, che mettevano in mano all'umanità
armi sicure per combattere malattie fino a quel momento mortali,
ricevette nel 1905 il premio Nobel.
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