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Lontano da ogni altra dimora, in un punto in cui gli scogli si gettano ripidi nel mare tempestoso, si erge il castello di Rosamunda. In esso la donna abita da sola con poche fidate domestiche. Ma non è sempre stato così. Ancora pochi anni or sono Rosamunda viveva in città e ogni giorno passava per le strade ampie ed eleganti del centro in groppa al suo bianco cavallo. Indossava abiti di seta rossa ed era adorna di gioielli preziosi. «Ecco Rosamunda, la più bella di tutte le donne!», esclamavano gli abitanti della città, ossequiandola. Poi però un grande dolore colpì Rosamunda ed ella da un giorno all'altro abbandonò la città.
Giurò che non sarebbe mai più tornata nel luogo in cui tanto male le era stato fatto. Oltre alle domestiche, la donna aveva portato con sé al castello un uccellino, il cui nome era Ugola d'Oro. Era un piccolo uccello, grazioso e allegro, dalle penne splendenti color bruno dorato e dal piumaggio di un giallo tenue sul petto. Ugola d'Oro cantava in modo meraviglioso e Rosamunda trascorreva le giornate in sua compagnia. Lo lavava in una bacinella dorata e poi gli asciugava le penne col fiato e lo accompagnava nel canto delle più belle canzoni. Spesso sedeva alla finestra accanto alla sua gabbia e lo guardava con affetto e tenerezza. Rosamunda amava il suo uccellino più di se stessa. Un giorno Rosamunda si accorse che Ugola d'Oro non cantava più allegro come prima. Soprattutto la sera, quando il sole si gettava nel mare, intonava canti malinconici in direzione della città, il luogo in cui era nato. In un primo tempo Rosamunda non volle ammettere ciò che da tempo sospettava, ma siccome il suo amato uccellino si faceva sempre più debole e triste e lei capiva che cantava le sue allegre melodie soltanto per farle piacere, sentì una voce inesorabile dentro di sé che le diceva: «Ugola d'Oro ha nostalgia della città: lascia che voli fin laggiù!». Rosamunda fu presa dall' angoscia e sentì un brivido di paura percorrerla tutta. La sua risposta fu immediata: «No, mai! La città è crudele e il mio uccellino è debole e indifeso; laggiù avrà soltanto da soffrire!». La voce interiore tacque, ma quella notte Rosamunda fece un sogno terribile. Le apparve una chiocciola chiusa nel proprio guscio, che non riusciva più a tirare fuori le antenne e che malgrado facesse sforzi penosi moriva miseramente di fame. La donna si svegliò terrorizzata e in un bagno di sudore. La voce interiore le diceva: «Lascia che Ugola d'Oro se ne vada!».
Rosamunda corse alla gabbia in cui il suo amato uccellino se ne stava triste e sconsolato, ma proprio allora le tornarono alla memoria i ricordi delle offese che aveva subito in città: le venne in mente che il suo caro uccellino avrebbe dovuto soffrire quello che lei aveva sofferto. «No, mai!», esclamò a voce alta. E si mise a lavare Ugola d'Oro nella bacinella dorata. La notte seguente un nuovo sogno la angustiò. Sognò una lepre che, per sfuggire a una volpe da cui era inseguita, scavava nel terreno un buco profondissimo. Ma, quando finalmente tornava alla luce, la bestiola era diventata cieca. E nuovamente al risveglio la solita voce interiore le ordinò: «Lascia che Ugola d'Oro voli via!». Ma di nuovo il ricordo delle terribili esperienze passate la sopraffece e un' angoscia tremenda la invase. E la donna disse ancora una volta di no. La terza notte il sogno che la funestò fu ancora più tremendo dei precedenti. Sognò che una giovane a lei sconosciuta avvolgeva con amorevole sollecitudine il suo neonato in lunghe fasce candide, partendo dai piedi per giungere fino alla testa. Fatto questo, la donna avviluppava con gran cura le fasce attorno al capo del bambino; alla fine però il piccolo corpo era immobile e da esso non usciva più alcuna voce. Rosamunda si svegliò urlando e si precipitò alla gabbia del suo uccellino.
Tremando gli legò al collo una campanella d'argento e ne fissò una uguale al davanzale. Poi aprì la gabbia e la finestra: Ugola d'Oro rizzò le penne e volò via. La campanella che aveva al collo e quella fissata al davanzale risuonarono per un momento all'unisono. Ma soltanto per un attimo quel suono armonioso diede a Rosamunda una sensazione di sicurezza, poi un' angoscia tremenda la colse. Ritornò nuovamente in sé solo quando si accorse che le due campanelle avevano ripreso a squillare all'unisono. Il disco rosso del sole stava tramontando nel mare e Ugola d'Oro era di nuovo nella sua gabbia. Pazza di gioia Rosamunda corse da lui, ma lo trovò ridotto in uno stato pietoso. Aveva le penne tutte arruffate e il bel piumaggio sul petto era cosparso di macchie scure e unte: forse macchie di sangue!
Le ritornarono in mente i vecchi ricordi e tremò al pensiero che il suo uccellino potesse essere stato ferito. Durante la notte seguente Rosamunda non dormì, per paura di fare altri brutti sogni. «Mai più!», si diceva, «mai più lo lascerò andare! Proprio non posso!». Ma quando, il mattino dopo, stanca per la notte insonne, si avvicinò alla gabbia di Ugola d'Oro, vide che l'uccello se ne stava già impaziente davanti all'usciolo, cantando il suo desiderio di rivedere la città. Non sembrava che la città natale gli avesse lasciato brutti ricordi. Ma Rosamunda non aprì l'usciolo della gabbia e cercò con le sue premure di distogliere l'uccellino dal suo proposito. E per un po' ci riuscì. Però in certi pomeriggi Ugola d'Oro tornava a essere triste e apatico, una volta addirittura fu colto da un accesso d'ira e tentò di beccare la sua padrona. Allora Rosamunda con mani tremanti gli legò al collo la campanella e lo lasciò volare via. Rosamunda trascorse il resto della giornata oppressa dall'angoscia e da un senso d'impotenza. Al calar della sera le due campanelle presero a squillare all'unisono e Ugola d'Oro fece ritorno alla sua gabbia. Per un momento Rosamunda si sentì invasa da una piacevole sensazione di amore e di sicurezza. Poi l'uccellino cominciò a cantare: erano melodie cittadine, melodie che alla donna ricordavano le dolorose offese di un tempo. Alla mente di Rosamunda si riaffacciarono gli antichi fantasmi, i ricordi degli oltraggi i patiti. «No!» gridò, chiudendo l'usciolo della gabbia.
 Il giorno successivo la donna si ammalò gravemente. Supplicò  Ugola d'Oro di non cantare almeno per quel giorno quei  canti per lei così tristi e di stare serenamente in sua compagnia almeno per una volta. L'uccellino si sforzò di accontentarla, ma la sua nostalgia della città era troppo forte e alla fine Rosamunda, in lacrime, si rassegnò ad aprire la gabbia. Tanta era l'angoscia e la prostrazione che l'avevano invasa che dimenticò di legare la campanella al collo dell'uccellino. Quando se ne accorse, venne meno: si sentiva abbandonata da tutti e disperata. Solo l'armoniosa melodia di due campanelle che squillavano all'unisono la fece tornare in sé. Il suo caro uccellino aveva fatto ritorno alla gabbia e la guardava allegro e contento. Il suo canto armonioso imitava il suono della campanella. Dunque il suo uccellino era incolume! Le melodie che cantava erano diverse dal solito, il modo curioso in cui spiegava il piumaggio le piaceva. Rosamunda prese a giocare con il suo tesoro e per la prima volta fu contenta della sua gioia.
Per i genitori: «Rosamunda», ovvero amare significa saper lasciar andare
Antefatto
Oliver è un bambino di due anni e mezzo. Da poco il padre ha lasciato lui e la moglie, per andare a vivere con un' altra donna. Il comportamento dell'uomo ha profondamente offeso la madre di Oliver, che si trasferisce con il figlio in un' altra città e non permette al marito di vedere il bambino. La donna giustifica il suo atteggiamento dicendo di non poter affidare il figlio a un uomo che ha tradito la sua fiducia. Oliver reagisce alla separazione frignando e piagnucolando, ma la madre interpreta queste manifestazioni come reazioni al cambiamento di residenza.
Obiettivo
 La metafora vuole farle capire che suo figlio sente la mancanza del padre e che per questo soffre. Inoltre la metafora spiega che amare il figlio significa lasciarlo libero e perciò lasciare che faccia le proprie esperienze e instauri rapporti con altre persone, indipendentemente dalle esperienze di sua madre.
Procedimento narrativo
Nel  racconto si riproduce il dialogo interiore tipico di molte madri e di molti padri in situazioni simili a questa. Da una parte essi ammettono che i bambini hanno bisogno sia del padre che della madre per crescere sani, dall' altra però sostengono che per il loro bambino non è così, perché il rapporto con l'altro genitore sarebbe nocivo per lui. La fiaba presenta la rivendicazione di possesso che si nasconde dietro questo modo di pensare come una sensazione di angoscia e di dolore legata al dover lasciare i figli liberi di vivere la propria vita. Nella fiaba l'aiuto è fornito dalla legge di natura, per cui crescere significa graduale distacco e acquisizione di libertà.
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