Fiaba di
Hans
Christian
Andersen
C'era una volta una povera
orfana che non aveva scarpe. La bimba conservava tutti gli stracci
che riusciva a trovare finchè un bel giorno riuscì a confezionarsi
un paio di scarpette rosse. Erano rozze, ma le piacevano. La
facevano sentire ricca nonostante trascorresse, fino a sera
inoltrata, le sue giornate a cercare cibo nei boschi.Un giorno,
mentre percorreva faticosamente una strada, vestita dei suoi stracci
e con le scarpette rosse ai piedi, una carrozza dorata le si fermò
accanto. La vecchia signora che la occupava le disse che l'avrebbe
portata a casa con sé e l'avrebbe trattata come una sua figlioletta.
Così andarono nella dimora della vecchia signora ricca, e là furono
lavati e pettinati i capelli della bambina. Le furono dati
biancheria fine, un bell'abito di lana e calze bianche e lucide
scarpe nere. Quando la bambina chiese dei suoi vecchi abiti, e in
particolare delle scarpette rosse, la vecchia le rispose che, sudici
e ridicoli com'erano, li aveva gettati nel fuoco. La bimba era molto
triste perché quelle umili scarpette rosse che aveva fatto con le
proprie mani le avevano dato la più grande felicità. Ora era
costretta a stare sempre ferma e tranquilla, a parlare senza
saltellare e soltanto se interrogata. Un fuoco segreto le si accese
nel cuore e continuò a desiderare più di ogni altra cosa le sue
vecchie scarpette rosse.

Poiché la bambina era
abbastanza grande da ricevere la cresima, la vecchia signora la
portò da un vecchio calzolaio zoppo, per acquistare una paio di
scarpe speciali per l'occasione. In vetrina facevano bella mostra di
sé un paio di scarpe rosse confezionate con la pelle più morbida che
si possa trovare. La bimba, spinta dal suo cuore affamato, subito le
scelse. La vecchia signora ci vedeva così male che non si accorse
del colore e glie le comprò. Il vecchio calzolaio strizzò l'occhio
alla piccola e gli incartò le scarpe.
Il giorno dopo, in chiesa, tutti rimasero sorpresi da quelle scarpe
rosse che brillavano come mele lustrate, come cuori, come prugne ben
lavate. Ma alla bimba piacevano sempre di più. In giornata la
vecchia signora venne a sapere delle scarpette rosse della sua
pupilla. "Non mettere mai più quelle scarpe" le ordinò minacciosa.
Ma la domenica dopo la bambina non potè fare a meno di mettersi le
scarpette rosse, e poi si avviò alla chiesa con la vecchia signora.
Sulla porta della chiesa c'era un vecchio soldato con il braccio al
collo. S'inchinò, chiese il permesso di spolverare le scarpe e toccò
le suole cantando una canzoncina che le fece venire il solletico ai
piedi. "Ricordati di restare per il ballo" e le strizzò l'occhio.Anche
questa volta tutti guardarono con sospetto le scarpette rosse della
bambina. Ma a lei piacevano tanto quelle scarpe lucenti, rosse come
lamponi, come melagrane, che non riusciva a pensare ad altro. Era
tutta intenta a girare e rigirare i piedini, tanto che si dimenticò
di cantare. Quando uscirono dalla chiesa, il vecchio soldato
esclamò: "Che belle scarpette da ballo!". A quelle parole la bambina
prese a piroettare e non riuscì più a fermarsi, tanto che parve
avesse perduto completamente il controllo di sé. Danzò una gavotta e
poi un valzer, volteggiando attraverso i campi.

Il cocchiere della vecchia
signora si lanciò all'inseguimento della bambina, la prese e la
riportò nella carrozza, ma i piedini che indossavano le scarpette
rosse continuavano a piroettare nell'aria. Quando riuscirono a
togliergliele, finalmente i piedi della bambina si quietarono. Di
ritorno a casa, la vecchia signora lanciò le scarpette rosse su uno
scaffale altissimo e ordinò alla bambina di non toccarle mai più. Ma
lei non riusciva a fare a meno di guardarle e desiderarle. Per lei
erano ancora la cosa più bella che si trovasse sulla faccia della
terra. Poco tempo dopo, mentre la signora era malata, la bambina
strisciò nella stanza in cui si trovavano le scarpette rosse. Le
guardò, là in alto sullo scaffale, le contemplò, e la contemplazione
si trasformò in potente desiderio, tanto che la bambina prese le
scarpe dallo scaffale e subito se le infilò, pensando che non
sarebbe accaduto nulla di male. Ma non appena le ebbe ai piedi
subito si sentì sopraffatta dal desiderio di danzare. Danzò uscendo
dalla stanza, e poi lungo le scale, prima una gavotta, poi un valzer
vertiginoso. La bambina era in estasi, e si accorse di essere nei
guai solo quando volle girare a sinistra e le scarpe la costrinsero
a girare a destra, e volle danzare in tondo e quelle la obbligarono
a proseguire. E poi la portarono giù per la strada, attraverso i
campi melmosi e nella foresta scura.

Appoggiato a un albero c'era
il vecchio soldato dalla barba rossiccia, con il braccio al collo.
"Oh che belle scarpette da ballo!" esclamò. Terrorizzata, la bambina
cercò di sfilarsi le scarpe, ma più tirava e più quelle aderivano ai
piedi. E così danzò e danzò sulle più alte colline e attraverso le
valli, sotto la pioggia e sotto la neve e sotto la luce abbagliante
del sole. Danzò nelle notti più nere e all'alba, danzò fino al
tramonto. Ma era terribile: per lei non esisteva riposo. Danzò in un
cimitero e là uno spirito pronunciò queste parole: "Danzerai con le
tue scarpette rosse fino a che non diventerai come un fantasma, uno
spettro, finchè la pelle non penderà sulle ossa, finchè di te non
resteranno che visceri danzanti. Danzerai di porta in porta per
tutti i villaggi, e busserai tre volte a ogni porta, e quando la
gente ti vedrà, temerà per la sua vita". La bambina chiese pietà, ma
prima che potesse insistere le scarpette rosse la trascinarono via.
Danzò sui rovi, attraverso le correnti, sulle siepi, e danzando
danzando arrivò a casa, e c'erano persone in lutto. La vecchia
signora era morta. Ma lei continuava a danzare. Entrò danzando nella
foresta dove viveva il boia della città. E la mannaia appesa al muro
prese a tremare sentendola avvicinare"Per favore" pregò il boia
mentre danzava sulla sua porta, "Per favore mi tagli le scarpe per
liberarmi da questo tremendo fato". E con la mannaia il boia tagliò
le cinghie delle scarpette rosse. Ma queste le restavano ai piedi. E
lei lo pregò di tagliarle i piedi, perché così la sua vita non
valeva nulla. Il boia allora le tagliò i piedi.E le scarpette rosse
con i piedi continuarono a danzare attraverso la foresta e sulla
collina e oltre, fino a sparire alla vista. E ora la bambina era una
povera storpia, e doveva farsi strada nel mondo andando a servizio
da estranei, e mai più desiderò delle
scarpette rosse.
Analisi
La bambina perde le scarpe
rosse che si è fatta da sola. E’ povera ma fantasiosa, sta trovando
la sua strada. Le scarpe rappresentano un enorme passo verso
l'integrazione della sua natura femminile. I piedi rappresentano la
mobilità e la libertà. Avere scarpe per coprire i piedi significa
essere fermi nelle proprie convinzioni, è avere mezzi per agire di
conseguenza. Per creare occorre sacrificare la superficialità,
qualche sicurezza e spesso il desiderio di piacere e far affiorare
le intuizioni più intense, le visioni più grandiose.Il problema è
quando dal sacrificio non nasce la vita. Allora il rosso è il colore
della perdita. Nella favola un rosso vibrante e amato va perduto,
affiora allora un desiderio, un'ossessione, una tossicodipendenza
dall'altro rosso.Nella favola la bambina si sottomette agli aridi
valori della vecchia signora. Come tutte le creature catturate,
piomberà in una tristezza che porta a un desiderio ossessivo, a una
irrequietezza senza nome. Allora si corre il rischio di afferrare la
prima cosa che prometterà di farci sentire di nuovo vive. Molte
ragazze cedono le scarpette rosse e accettano di essere troppo in
ordine, troppo carine, troppo compiacenti per l'altrui modo di
vedere il mondo. Hanno poggiato la penna, rinchiuso le parole,
spento il canto, arrotolato la tela. E la loro esistenza si riduce
in cenere, perdendo il tesoro vitale; il desiderio delle scarpette
rosse, di una gioia selvaggia ingrossa straripa nell' inconscio.
Essere nello stato di hambre del alma significa provare una fame
implacabile per qualunque cosa faccia sentire di nuovo vive. La
ragazza catturata afferrerà tutto quello che appare simile al tesoro
originario (alcol, droghe, amori sbagliati, dipendenza da internet,
da cellulare, da videogiochi….). Il guaio della fame è, che si
afferra qualsiasi cosa che in apparenza possa soddisfarci. E' il
gioco, non l'ordine, la radice della vita creativa. Molte ragazze di
talento che perdono le scarpette fatte a mano lungo il cammino, nel
loro stato di vulnerabilità fanno scelte deleterie, trovando le loro
scarpette rosse. Ora la fame di anima e di significato la
costringono a riprendersi le scarpette rosse e dar inizio all'ultima
danza, una danza nel vuoto e nell'inconsapevolezza. Ha normalizzato
la propria esistenza arida, intensificando così la brama per le
scarpette della follia. L'uomo dalla barba rossa ha trasmesso la
vita non alla bambina, ma alle scarpette. La bambina prende a
volteggiare lontano dalla vita. Per lei non c'è riposo, fissata in
un'ossessione che è molto simile alla tossicodipendenza.Quando una
ragazza non si accorge della sua fame, delle conseguenze prodotte
dalle sostanze mortali, continua a danzare. Che si tratti di
pensiero negativo, di rapporti insoddisfacenti, di droghe e alcol
ecc…, sono come le scarpette rosse: difficile liberarsi dalla loro
presa. E la bambina danza, prima in estasi, poi esausta. E' in
questo "non avere neanche un piede su cui poggiare", in questo non
esserci casa a cui tornare, che bisogna ricominciare, tornare alla
vita fatta a mano, modellata da noi giorno per giorno. E' doloroso
separarsi dalle scarpette rosse, ma è la nostra unica speranza. I
piedi ricresceranno e ricominceremo a correre e a saltare.