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Il fenomeno mafioso, ancorché
combattuto con dovizia di mezzi e di uomini, di supercommissioni e
di Alti commissari continua a prosperare e ad estendersi, fino ad
infiltrarsi talora nei delicati gangli dello Stato. Prova a
tracciare un profilo della mafia.
Mafia e politica sono ormai un
binomio che non suscita più eccessivo scandalo. Nondimeno, sono
tuttora i politici che eleggono gli Alti commissari, conferendo loro
poteri enormi per combattere una «piovra» della quale i medesimi
politici potrebbero essere i tentacoli o la testa. La mafia
siciliana è probabilmente l'organizzazione criminale più potente del
mondo. Il suo smisurato potere economico le è derivato soprattutto
grazie alla grande rete di diffusione della droga, organizzata
subito dopo la seconda guerra mondiale. Essa convive in questo
mercato con altre due grandi corporazioni mafiose, le «triadi
cinesi», che si occupano dell'eroina, e i «colombiani», produttori
di cocaina, tra le quali si è saputa ben inserire, mediante una
collaborazione fattiva e trainante che le è valsa la fiducia e la
stima di queste due «consorelle». La percentuale media di mafiosi in
un paese del Sud è di uno ogni mille abitanti.

Essi si distinguono in due grandi
gruppi: la mafia urbana e la mafia rurale. In genere, i componenti
di una organizzazione urbana sono divisi a loro volta in due gruppi
sociali ben distinti, a seconda che si tratti di manovalanza o di
gente importante come i professionisti. Essi sono introdotti
ovunque, mettono le mani dappertutto, godono di particolari favori,
amicizie utili... E fanno politica. Completamente diversa la mafia
rurale. Essa «propone» ai ricchi proprietari terrieri di assumere a
lavorare alcuni dei propri uomini. Inoltre, impone una tassa di
protezione, pagata la quale il proprietario non ha più problemi;
anzi, per risolvere controversie o fare pressioni su altre persone
egli può tranquillamente rivolgersi ai suoi protettori. La mafia non
è violenza incondizionata. La lupara è l'ultimo rimedio che si
adotta soltanto in occasioni particolari. Per sopravvivere nel
migliore dei modi, il sistema mafioso ha bisogno di cautela e
riservatezza. I «picciotti» non devono farsi notare troppo. La
violenza è però necessaria, di tanto in tanto, per far capire che
non si scherza. L'identikit del mafioso «tipico» è molto semplice.
Compiaciuto di se stesso, controllato, sguardo imbronciato,
l'ineffabile e genuino accento siciliano e un inconfondibile
portamento, talvolta maestoso e altero, talaltra dimesso e da comune
galoppino. La sua personalità è strana e perversa; in cuor suo non
sopporterebbe mai di passare inosservato, e infatti non gli succede
mai, anche se la «professione» gli impone discrezione e
riservatezza. I baffetti, le basette, il basco, la camicia nera: una
vera uniforme. Talora appare anche come un vero signore, ma quando
le circostanze lo richiedono si trasforma rapidamente in assassino.
La storia della mafia moderna inizia nel 1957, quando in una
riunione segreta a Palermo tra i capi-clan internazionali viene
concessa alla mafia siciliana la gestione esclusiva del traffico
dell'eroina.

Contemporaneamente, avviene la
formazione della «cupola» di cui diviene capo o «papa», come usa nel
gergo mafioso, Michele Greco. Gli altri grandi della mafia di quel
tempo erano Luciano Liggio e Tommaso Buscetta. Luciano Liggio, il «Corleonese»,
aveva una specie di «cimitero personale», consistente in una rupe
profonda e inaccessibile. in cui «tumulava» le sue numerose vittime.
Già a 19 anni iniziò a farsi largo, compiendo un omicidio. Negli
anni ebbe un'escalation eccezionale che lo fece diventare uno dei
più «grandi» di tutti i tempi. Ora è in prigione: gli hanno dato
l'ergastolo per omicidio plurimo, ma è diventato galantuomo e
artista quotato. I suoi quadri lasciano trasparire una sconcertante
innocenza infantile e al tempo stesso una grande profondità di
pensiero e di sentimento. In futuro, la sua trasformazione potrebbe
fargli riacquistare la libertà.
Buscetta presta giuramento a soli 18 anni nel clan «Porta Nuova» di
Palermo e in breve tempo diventa uno dei maggiori boss della
«cupola». Nel 1972 viene arrestato in Brasile ed estradato in
Italia; ma ben presto riesce a fuggire. Viene nuovamente arrestato
nel 1983, ancora in Brasile, e ricondotto in Italia.

Nel 1984 si avvale della legge sui
pentiti - varata per i terroristi ed estesa ai mafiosi - che
consentiva, mediante la dissociazione, il pentimento e la
collaborazione con la giustizia di godere di particolari benefici,
come la riduzione della pena o addirittura il totale condono.
Dunque, Buscetta «si pente» e svela numerosi segreti
sull'organizzazione strutturale della mafia che hanno consentito di
operare molteplici arresti, anche di individui apparentemente
insospettabili. Ma soprattutto hanno consentito, per la prima volta,
di affondare il «bisturi» della giustizia nelle zone molto prossime
al cuore della complessa organizzazione. Nel 1963 la «cupola» si
scioglie, immediatamente dopo la strage di Ciaculli. In quell'anno,
le furiose guerre tra le vane cosche provocano consistenti
scombussolamenti all'interno della «piramide» mafiosa: i capi della
mafia siciliana si spargono in tutto il mondo. L'anno dopo, un duro
colpo: viene arrestato Luciano Liggio.

Da allora, le cose dell' «onorata
società», per un periodo di tempo abbastanza ampio, si mettono
piuttosto male. La fase negativa culmina col grande processo ai 114
del 1967. Successivamente, la mafia riesce agevolmente a
riorganizzare le proprie fila e alla fine degli anni Sessanta torna
lo splendore. In questi anni avviene il clamoroso annientamento del
clan dei «marsigliesi» e si instaura una fruttuosa alleanza con la
camorra napoletana e la mafia turca. Queste alleanze avevano lo
scopo di migliorare la diffusione della droga nel mondo, facilitando
il compito dei «corrieri». Fino alla metà degli anni Sessanta i
corrieri siciliani dovettero operare nella clandestinità, con
risultati non eccezionali.

A questi anni risale anche l'alleanza
con la mafia bulgara, che si è rivelata preziosa per il definitivo
arrembaggio ai mercati americani. La Sicilia divenne base di
transito della droga che proveniva dall' Asia, mentre Cuba
rappresentò la seconda base. Entrambe le basi erano vie di approdo
verso la piazza americana. Mentre la mafia prosperava, lo Stato era
in alto mare. Venne tentata la carta di istituire una Commissione
antimafia, ma la cosa non sortì gli esiti sperati. La sua azione non
era ben orchestrata, al suo interno mancava la necessaria armonia.
Il progetto era nato in un momento in cui non c'era molta unità di
intenti. Inoltre, durante l'iter legislativo si verificò un
clamoroso incidente: mentre al Senato il progetto venne approvato
all'unanimità con voto palese, alla Camera dei Deputati
l'approvazione avvenne con 478 voti favorevoli e 35 contrari. Alla
Camera il voto fu segreto e quindi si fece subito largo l'ipotesi,
del resto fondata, che i 35 no fossero da attribuire agli «amici»
dei mafiosi.

Oggi, la mafia conserva quasi
intatto il suo enorme potere. L'istituzione di Alti commissari e
superprefetti ha portato successi per certi aspetti anche clamorosi,
ma non lo scardinamento del sistema criminale di "cosa nostra". I
capi finiti in manette sono tanti, ma la loro sostituzione non è poi
evento tanto traumatico per le cosche, che ne approfittano anzi per
rinnovarsi. Probabilmente per estirpare il fenomeno mafioso
occorrerebbero misure ben più forti che delle semplici commissioni
straordinarie, ma non è certo semplice dire quali. Staremo a vedere.
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