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La prima guerra mondiale ha pesato su buona parte della mia infanzia, così come la seconda peserà più tardi, se pure in modo assai diversamente drammatico, sugli anni della giovinezza e della prima maturità. Roma era, nel 1915, tanto lontana dai luoghi della guerra combattuta e l'esistenza di ognuno non era coinvolta in un pericolo immediato e diretto come avverrà poi nella guerra degli anni Quaranta. Pure direi, e non so se siano vaghe sensazioni d'infanzia a ingannarmi, che la vita delle famiglie ne fu più profondamente e immediatamente sconvolta: mi riferisco naturalmente a Roma e al primo periodo della guerra. Questo penso avvenisse sia per una maggiore partecipazione interiore, sia per gli effetti della mobilitazione generale, del richiamo, cioè, alle armi, classe dopo classe, di tutti gli uomini validi. Ogni casa si vide dall'oggi al domani privata di una persona cara, padre, marito, figlio, fratello e la vide allontanarsi, partire verso luoghi ignoti da cui forse non avrebbe fatto mai ritorno e ben presto donne, bambini, vecchi, pur fisicamente al sicuro, si ritrovarono immersi in un clima di angoscia, di tensioni, di difficoltà, e poi di lutti evidenti e pesanti nel nero dei vestiti e dei veli.
 Il "lutto" secondo l'uso del tempo. Arrivavano spesso di passaggio nipoti di mio padre e di mia madre e parenti più o meno vicini e lontani. Arrivavano e ripartivano per un luogo chiamato fronte e per vivere in una fossa che si chiamava trincea, dove tuonava il cannone (che non dovevo confondere con quello che dal Gianicolo dava a Roma il segnale di mezzogiorno) e dove bisognava andare all'assalto alla baionetta e volenti o nolenti bisognava uccidere. Alcuni non sarebbero più tornati, come il cugino Silvio nipote di mio padre: cadde nei primi scontri e un alto cipresso ebbe il suo nome sulla collina del paese, vicino al cimitero. Sorte simile toccò al giovanissimo R. che era passato a salutarci entusiasta nella sua divisa nuova fiammante. La posta andava e veniva, con le sue cartoline in franchigia, cioè senza francobolli, che spesso recavano la grossa stampiglia "censura". I giornali portavano i bollettini firmati Cadorna e le foto del re, piccolo, in divisa. Le discussioni erano continue e tese. Tra abbracci e lacrime partì anche il cugino Tarquinio, orfano di una sorella di mia madre, quasi un figlio per lei, chiamato con le ultime leve, classe '98, rimasto coinvolto a Caporetto. Mancarono a lungo sue notizie, e mia madre teneva accesa in permanenza la fiammella di un suo lumino ad olio davanti a una immaginetta sacra della "Madonna santissima dei penitenti", venerata al suo paese come elargitrice di grazie straordinarie, la fiammella della speranza. Finalmente la grazia arrivò in forma di una cartolina speciale, con la Croce rossa e tanti timbri e diciture illeggibili ricche di consonanti ammucchiate vicine e di "w" e di "k". Prigioniero in Germania, al lavoro nelle miniere di carbone. Cominciò la confezione dei pacchi con dentro tutto ciò che era possibile mettere e che si sapeva richiesto, ben sigillati con i bolli di ceralacca rossa sciolta sulla fiamma della candela e l'indirizzo accuratamente scritto in grosse lettere copiate attentamente ad una ad una. A scuola si parlava sì della guerra, della quarta guerra d'indipendenza, ma soprattutto si parlava dei "nostri soldati". "Portate giornali per fare gli scaldarancio, lavorate ai ferri. I soldati hanno freddo". Sono lassù, in mezzo a monti altissimi che noi, bambine di una città dove intorno a perdita d'occhio si distendeva la campagna piatta e immensa, non riuscivamo ad immaginare. "Sono in mezzo alla neve e ai ghiacci". La neve l'avevo vista a Roma una volta sola e mi era sembrata tanto bella e divertente nei suoi fiocchetti che sfarfalleggiavano scendendo a coprire tutto di bianco. Sulla cattedra c'era un grosso salvadanaio con la Croce rossa. Il viso della maestra era sempre molto serio.
La canzone diceva: "Oh, Trieste oh Trieste benedetta, ti verremo, ti verremo a liberar". Ma circolava anche, sottovoce: "Il general Cadorna l'ha detto alla regina, se vuoi veder Trieste la vedi in cartolina". Una bambina di dieci anni si perde e si confonde in un mare di echi contrastanti, di parole dietro le quali ci sono cose più grandi di lei: disertori, imboscati, pescecani, disfatta e... morte, morte, morte. Toti, quello del settimo fabbricato, lancia la stampella contro gli austriaci e ci guarda dai grandi manifesti murali. D'Annunzio vola su Vienna sganciando manifestini tricolori. Potrebbero allora gli aerei ancora traballanti, che pur già seminano qua e là bombe e distruzione, arrivare fino a Roma? Forse no... ma per prudenza si prova un allarme a scuola. Rivedo la lunga fila allineata dei nostri grembiulini bianchi che si snoda in ordinata discesa verso il sotterraneo, lungo la scala stretta e ripida dove il freddo si fa via via più intenso... Ma è quasi un gioco. Chi avrebbe potuto pensare alla realtà di tanti anni dopo? In Russia c'è la Rivoluzione. Un grosso cannone, il cannonissimo, che chiamano Berta, spara su Parigi. I tedeschi cominciano a usare i gas. Intanto la "santa fanteria marcia sempre in pedovia". Infanzia "spensierata" vissuta tra eventi oscuri e terribili di cui si sente o si intuisce l'orrore. La città, intanto, è sempre più una città di donne. Tra le figure che la guerra mi rimanda c'è quella della zia Mariuccia. La zia Mariuccia non era proprio una zia; era sorella dello zio Giovanni cognato di mia madre. Abitava con il marito tranviere in una casa che oggi si chiamerebbe abusiva, a ridosso delle mura antiche, appena usciti dalla Porta Maggiore, nel largo verso la via Casilina, dove mi pare ci fosse allora soltanto quello che si chiamava Mulino Pantanella, un grosso edificio che inalberava un'alta ciminiera. Dall'edificio proveniva incessante il rumore delle macine che riducevano il grano in farina, e a volte gli ampi finestroni lasciavano intravedere la pasta "lunga", gli spaghetti, stesa ad asciugare in ben ordinate file ondulanti. La zia Mariuccia veniva spesso a trovare la cognata, sorella di mia madre, che in quel tempo viveva con noi. Era graziosa e fine, con un personale snello malgrado le numerose maternità. Così la ricordo, minuta e bruna in divisa da "tranviera". Richiamati gli uomini alle armi, i posti di lavoro erano rimasti sguarniti. La necessità urgeva e ci si ricordò che esistevano le donne, esseri inferiori, ma simili all'uomo, dotate anch'esse di braccia, forse di un cervello.
C'era chi ne dubitava. Alle donne fu chiesto di lasciare calza e fornelli e di entrare in massa nel mondo del lavoro pesante per sostituire l'uomo ovunque fosse più necessario. I tram non si potevano fermare e così fu chiesto alle donne di mettersi al posto di manovra. La zia M., rimasta sola con i quattro figli bambini e il modesto sussidio di guerra, coraggiosamente non esitò e accettò il posto che le veniva offerto in sostituzione del marito. Ma... scandalo... una donna alla guida di un tram, in mezzo alla gente, sola, di giorno, di notte. E se è giovane e bella? Le male lingue si mettono subito al lavoro. "Ha fatto bene, commentava mia madre,ma...". La divisa della zia era grigia, di tela da spazzino: specie di vestito paltoncino attillato, allacciato davanti, garbato e ben disegnato. Ma più di tutto mi piaceva il cappellino. Non so chi l'avesse studiato, ma pareva fatto apposta per conferire all'indossatrice una certa aria sbarazzina, quanto poco ce ne fosse stata la possibilità. Piccolissimo, una specie di cloche, con il bordo impunturato che veniva rialzato con civetteria da un lato. Le donne fattorino, quelle cioè che distribuivano il biglietto, avevano in più una capace borsa a tracolla e il fischietto per dare il segnale della partenza. C'erano donne ovunque al lavoro: le postine, le spazzine nelle vie, e nelle officine le addette alle macchine che preparavano armi e munizioni. Anche noi bambine eravamo "mobilitate". A scuola, calzettoni e passamontagna nascevano dai grossi gomitoli divorati dai lunghi ferri che tictavano mossi da mani più o meno abili, e si ammonticchiavano gli scaldarancio. La guerra del 1915-18 segnò, certo, l'ingresso in massa della donna nel mondo del lavoro. La donna che "stava bene solo a fare la calza", come sprezzantemente dicevano i pettoruti uomini di allora, dimostrò capacità e possibilità che non ammisero più discussioni, anche se la superiorità maschile rimase concetto ancora intoccabile. Erano gli anni in cui, al centro e nel sud dell'Italia, si pensava che alle figlie femmine si doveva magari insegnare a leggere, ma non a scrivere ad evitare il pericolo che potessero scrivere... lettere d'amore. Di fronte a simile pericolo, si poteva sfidare la legge che ordinava l'istruzione obbligatoria per tutti fino alla terza elementare. Meglio che la donna imparasse a "far la calza". Quante volte ho sentito questa frase piena di altezzoso disprezzo e del resto ancora oggi non del tutto in disuso, con il fornello al posto della calza, malgrado il livello raggiunto dalle conquiste femminili. Doveva essere certamente infinito il numero di calze e pedalini necessari ai piedi di milioni di uomini. Le macchine non ne sfornavano ancora a getto continuo e qualcuno doveva pur farli. Le donne, sia pure. Ma servirsi della loro capacità per inchiodarle alla sedia e farne poi un'arma di disprezzo, era proprio, nei miei pensamenti di ragazzina, il colmo dell' ingiustizia. Tutte dovevano imparare a casa e a scuola a fare la calza, il lungo tubo a "cannolé", con i quattro ferri così difficili da manovrare, e la "soletta" con punta e calcagno e calature e cresciture così difficili da ricordare e da mettere al punto giusto.Tutte. Rivedo la testa già un po' grigia della mia indimenticabile insegnante di filosofia, così come la vidi un giorno che ero andata nella sua bella casa in alto sul colle capitolino, china su un grosso libro da recensire per la rivista di cultura che il marito editore pubblicava, mentre all'altezza del tavolo le mani muovevano automaticamente e velocemente i quattro ferri necessari a far allungare il cannolé dei calzini di cotone che preparava per il figlio. Due diritti... due rovesci... senza guardare, meccanicamente. Avevo visto tante volte mia madre sferruzzare guardando altrove, ma non certo impegnata a leggere testi di filosofia.
Ridendo del mio stupore, mi raccontò come, ragazzina estremamente portata per lo studio e non per le riverenze e le varie arti che si imponevano alle signorine di "buona famiglia" (ricamare, strimpellare, ecc.), aveva dovuto vincere l'ostilità dei suoi e, poiché le veniva concesso di aprire i suoi libri preferiti e di leggere solo se aveva già portato avanti "tanto così" di calza, avesse imparato a fare insieme l'una e l'altra cosa. La donna era dunque entrata su vasta scala nel mondo del lavoro, ma quasi sempre guardata con ironia, seguita da allusioni pesanti. L'impiegata? La telefonista? "Non sposerò mai una donna che ha spazzolato gli uffici". Le maestrine che raggiungevano a dorso di mulo paesi ignorati dalla carta geografica e dai quali sarebbero ridiscese a valle dopo mesi di penosa solitudine, tutte p... Pronti al varco, il sindaco, il possidente, il vitellone di turno. Ma torniamo alla zia Mariuccia e al suo berrettino civettuolo. La guerra finì. Il marito tornò. La rete degli informatori si mise subito in moto e il venticello della calunnia sconvolse la famiglia che stava per ricostituirsi. In casa mia giungeva l'eco di allontanamenti, di separazioni, di disperazioni che le mie orecchie tese cercavano di captare e capire. Fortunatamente, grazie ai molti testi a discarico, tra cui mia madre e la zia Natalina, tutto si risolse in bene. L'uomo, se c'era da capire, capì. Una bambina segnò il ritorno alla normalità.

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