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Il Casale Serenella era una grande casa di
campagna tra olivi e viti, a circa quaranta chilometri da Roma,
sulla destra della via Salaria. Un casale, ma un piccolo centro.
Tra padri, fratelli, zii, cugini e nipoti, e garzoni e "opere"
addette ai lavori dei campi, intorno all'antica costruzione a tre
piani con cantine, soffitte, granai, rimesse, forni, scale,
scalette, ballatoi , si agitava, lavorava, viveva una piccola
colonia. Un piccolo mondo, inserito nel mondo più grande, anche se
come al di fuori di esso, e nessuno vi si sentiva sperduto, mentre
le giornate correvano lunghe e piene al ritmo del sole e delle
stelle. Sono passati tanti e tanti anni. Sole e abbandonate, le
vecchie mura ocra rosato sono state di recente acquistate da uno
dei tanti moderni amatori della vita "nature", riveduta e
corretta, che vi introdurrà tutti gli elementi distintivi
dell'attuale civiltà dei consumi. Elettricità, telefono,
televisione, acqua corrente calda e fredda, frigo, lavatrice vi
faranno il loro ingresso trionfale.

Nessuno di questi elementi era presente
quando io vivevo nella grande casa fra i campi le estati di
vacanza più memorabili e lunghe della mia adolescenza. Raggiungere
il casale tra i campi non era impresa facile. Il treno lasciava
alla solita stazioncina di Passo Corese dove si trovava il calesse
e, più avanti, verso la fine degli anni Dieci, una traballante e
scoppiettante corriera che assicurava un orario impreciso, ma un
preciso mal d'auto. A un certo bivio sulla Salaria, la vera
Salaria allora non ancora resa "vecchia" dalle successive
rettifiche, erano in attesa cavalli o muli e, sempre, un asino che
fungeva da portabagagli. Abbracci e baci ,alle persone
naturalmente e via per un sentiero battuto e sassoso verso il
momento più difficile del viaggio. Questo momento difficile, fonte
per me di mal celate ansie, era il guado del torrente che sbarrava
la strada verso la meta. Chissà per quali misteriosi motivi quel
corso d'acqua perenne, ricco sì, ma non tanto, se non aveva
neppure diritto ad un nome noto, mi appariva quasi come un immenso
e periglioso Mississipi, così da incutermi un oscuro senso di
angoscia. Senza dubbio, nella dolcezza del paesaggio fatto di
colline argentate, di cocuzzoli dai cipressi svettanti intorno al
santuario francescano di Santa Maria delle Grazie, di vaste zone
pianeggianti, di leggeri declivi, di monti sfumati tra il verde e
l'azzurro della lontananza, rappresentava un elemento di forte
contrasto, di rottura, direi quasi imprevista e indesiderabile.
Era forse questo ad impressionarmi tanto negativamente? Il fatto è
che oggi posso ridere di quelle mie ansie di allora, ma allora
erano presenti e pesanti, tanto più che volevo tenerle nascoste.

Issata a cavalcioni sulla sella, davanti
alla cugina o al cugino che erano venuti ad aspettarci, oppure
dietro, e allora dovevo tenermi bene abbrancata a loro con le
braccia strette intorno alla vita, un po' come fanno oggi le
aggiornate ragazzine di turno sulle rombanti motorette, vedevo
avvicinarsi il momento temuto. Il cavallo, giunto là dove il letto
del torrente si allargava a ventaglio e il livello dell'acqua
diventava basso, annusava, nitriva, immergeva prima una zampa, poi
l'altra, schivava una pietra, impuntava e scivolava su un'altra; e
in alto la coraggiosa "cavallerizza" che ero io ondeggiava a
destra e a sinistra. C'era poi, inevitabile,
il fatto che, nel bel mezzo, la bestia era presa dalla voglia di
bere e allora, giù, sembrava di scivolare in avanti; oppure doveva
obbedire a certi suoi bisogni corporali e allora una bella fermata
proprio al centro, dove più grosse erano le pietre che affioravano
e più alta l'acqua e più forte lo scroscio. Le "chiare fresche
dolci acque" non mi venivano in aiuto, mancando ancora nella mia
cultura, e neppure il "ruscelletto" delle più modeste poesie
scolastiche, anche se intorno, puntuali, i "vaghi augelli"
cantavano o fischiavano. Se poi il cavallo era un mulo,
facilmente, nel bel mezzo, si impuntava, tanto per non smentire la
sua fama, e prima che si decidesse a proseguire ci voleva del
bello e del buono. L'asino, invece, carico di valigie, saggio e
prudente, andava avanti da solo e ci aspettava sull'altra sponda.

Se malauguratamente c'era stato un
temporale e il torrente era in piena, e questo quasi sempre
avveniva in ottobre per il viaggio di ritorno, le mie paure si
centuplicavano. Allora, si ricorreva al vecchio ponte in muratura,
a gobba d'asino, ma bisognava però fare un lungo giro per
raggiungerlo, molta strada in più. All'arrivo veniva ceduta
all'ospite la cameretta, u cammurittu in dialetto, uno di quegli
angoli bizzarri delle vecchie costruzioni di campagna, pieni di
una loro particolare atmosfera che oggi si cerca invano di
riprodurre nelle villette finto rustico tanto alla moda. Era una
sorta di quadrilatero irregolare, ma così irregolare che neppure
il più terribile professore di matematica penserebbe a disegnarlo
per farne poi calcolare, con le dovute scomposizioni, l'area della
superficie ai disperati alunni. Superficie ridottissima, in cima a
una scala in mattoni e legno che si arrestava a un pianerottolo
dove biforcava per proseguire in due rami, uno dei quali portava
alla cameretta la cui porta si apriva verso l'esterno. Due
finestre lunghe e strette occupavano due pareti e si affacciavano
su un panorama vasto e incantato dominato nell'una dal castello
merlato di Nerola e nell'altra da un santuario francescano. La
porta occupava la terza parete e all'altra, la più sbilenca, era
accostato un letto che praticamente si prendeva quasi tutto lo
spazio.

Il letto era grande, con le due
spalliere in ferro battuto a riccioli, nodi e bizzarre volute a
"esse" che si alzavano al centro della testata. Aveva le tavole di
legno poggiate sui supporti di ferro; sopra le tavole il
pagliericcio, la sacca di grossa tela ripiena di foglie di
granturco, col lungo spacco centrale per la rapida rimozione
mattutina e, sopra, il materasso di lana di pecora. Il tutto per
un' altezza che a me bambina richiedeva di salire su una sedia,
per poi ricadere sotto le coltri tra lo scricchiolio, forse di
protesta, delle foglie secche. In un angolo, un treppiedi, pure in
ferro battuto a grossi riccioli, sorreggeva il catino di smalto
bianco col filetto azzurro, la relativa brocca panciuta piena di
acqua per le abluzioni del mattino e gli asciugamani con le lunghe
frange. Sotto il letto, ben nascosto dalla coperta di grosso pizzo
all'uncinetto, l'altro immancabile aggeggio dell'arredamento del
tempo che fu, il vaso da notte, anch'esso in ferro smaltato bianco
ornato da fiori a colori vivaci. Le pareti erano dipinte in rosa
acceso, rifinite intorno con un filetto non perfettamente
rettilineo, di colore marrone. Il soffitto bianco aveva al centro
un grosso mazzo di fiori di campo che forse volevano essere dei
fiordalisi e tutto intorno una ghirlanda intrecciata a nastri che
agli angoli lasciavano svolazzare lunghe code. Nessun soffitto
minimamente rispettabile avrebbe allora rinunciato all'ornato e i
"pittori" si cimentavano in creazioni floreali policrome,
spingendosi a volte fino agli angioletti paffuti o a vaghe figure
femminili più o meno rivestite di veli fluttuanti, dee o ninfe o
giù di lì. Il "pittore" del casale era soprannominato Schizzittu.
Arrivava dal paese carico di barattoli in cui scioglieva polveri
di tutti i colori, fornito di pennelli di varie grossezze e giù, a
mano libera, in libera creatività, si apparentava il soffitto
della modesta stanza a quello del ricco salone della villa
patrizia. Il cugino Ugo mi cedeva la sua cameretta e andava con
gli altri uomini della casa a dormire in campagna, all'aperto.
Sotto il pero, per stare al riparo dalla guazza mattutina; mai
sotto il noce, che lì la terra è troppo umida e ti dà il "mal
d'ossa".

Accanto gli si accucciavano i due cani, la
vecchia Lilla e il cucciolo Col di Lana. Gli uomini sfuggivano
così all'afa delle notti estive ed erano pronti al lavoro al primo
canto del gallo. In caso di emergenza c'era ad accoglierli al
riparo il vicino fienile. La cameretta era deliziosa e si prestava
al sonno e ai sogni. Ma che invidia per quel dormire sotto le
stelle... L'emozione mi fu sempre negata. Le "donne" non potevano
dormire all'aperto.

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