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C'erano
due gemelle, uguali come due gocce d'acqua: però una era una goccia
dolce, l'altra era una goccIa amara. La gemella dolce era
Marianna, quella amara era Annamaria. Annamaria era prepotente.
Quando aveva voglia si prendeva i vestiti e le scarpe della gemella,
che le andavano bene, perché erano esattamente della sua stessa
mIsura. «Dammi le tue scarpe!» «Mi Metto il tuo cappotto!» «Oggi
voglio i tuoi guanti!» diceva. Marianna non protestava, perché era
una bambina pacifica e paziente, ma i suoi vestiti non erano
contenti: perché erano molto affezionati a lei, e soffrivano quando
Annamaria se li prendeva.
 
Una sera,
nell'armadio, ci furono bisbigli: i vestiti di Marianna tenevano
consiglio. Cosa bisbigliavano quelle voci di lana, seta e cotone?
Chi lo sa? Chi legge e ascolta lo saprà. Il giorno dopo, al momento
di vestirsi, ecco la solita tiritera. - Dammi quel maglione! - disse
Annamaria. - Mi piacciono le tue calze! Voglio mettermi il tuo
cappotto e la tua cuffia! Marianna, come sempre, diede alla sorella
quello che voleva, e cercò altri vestiti per uscire. - Tu dove vai?
- chiese Annamaria quando uscirono in strada. - Di qua, - rispose
Marianna. - E io vado di là! - disse Annamaria, e si avviò tutta
contenta.

Non aveva
fatto dieci passi che, in perfetto silenzio, le stringhe delle
scarpe si slacciarono e si annodarono in fretta tra loro, come
sottili serpentelli. Pataspan!, Annamaria finì distesa per terra,
sbucciandosi il naso. Arrabbiatissima si alzò, si sistemò i lacci
delle scarpe, e si rimise a camminare. Non aveva fatto sette passi,
che l'ultimo bottone del cappotto si slacciò di colpo, e un' asola
si infilò al gancio di un cancello. Pataspreng! Annamaria fece una
mezza giravolta, e andò a sbattere con la faccia contro
l'inferriata, sbucciandosela tutta. Strillando infuriata, si sganciò
dal cancello e ricominciò a camminare: ma non aveva fatto tre passi
che il pon pon della cuffia, mentre passava sotto un balconcino, si
allungò rapidamente, infilandosi in una fessura di ferro. Pataslam!
Annamaria fece una mezza capriola verso l'alto, sbattendo contro il
pavimento del balcone, e ricadde sul duro del marciapiede, che le
fece molto male.

Quella fu
la passeggiata più disastrosa e dolorosa che Annamaria avesse mai
fatto. Quando tornò a casa era la bambina più ammaccata della città.
Restò a letto due giorni, e dormì molto, perché quando dormiva
sentiva di meno il dolore delle botte. Faceva sempre uno strano
sogno: inseguiva la sorella, che scappava davanti a lei. Corri e
corri, non riusciva mai a raggiungerla. La chiamava, furibonda, e la
sorella si voltava: e allora Annamaria vedeva che la sorella non
c'era, ma erano solo i suoi vestiti, che si agitavano come se
ridessero e la prendessero in giro. Annamaria si svegliava, e
restava molto confusa. Ma dopo il terzo sogno, capì. - Non ti ruberò
più i vestiti, - promise alla sorella, e davvero lo fece. E siccome
le gentilezze sono attaccate una all'altra come le ciliegie, da
dispettosa diventò quasi gentile, e fu più felice lei, e tutti
quelli che le stavano intorno.
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