Campobasso

è situato sulle
pendici meridionali di un rilievo dell'Appennino meridionale, a
circa 700 m. d'altezza, fra i bacini dei fiumi Biferno e Fortore.
Di origine incerta, l'antico abitato si sviluppò attorno a un
castello longobardo, appartenuto poi ai conti del Molise (fra i
quali i Monforte) e successivamente a varie famiglie nobiliari (Gonzaga,
De Marinis, Carafa) fino al 1727, anno in cui passò sotto il
dominio del Regno di Napoli. Nel 1732 gli abitanti abbatterono le
mura medievali ed edificarono in pianura la città nuova, che fu
denominata Campus bassus per distinguerla dall'antico centro,
chiamato Campus de Prata.

Itinerari Culturali
La città conserva interessanti
monumenti tra cui, nella parte alta d'origine medievale, il
Castello Monforte, ricostruito da Cola di Monforte verso il 1459,
e la chiesa di San Giorgio (XII secolo). Nella parte bassa si
trovano la chiesa di Sant'Antonio Abate (1572) con arredo
seicentesco, la neoclassica cattedrale (1829), e il Museo del
presepe.
Isernia

è situata sopra un
rilievo che si allunga fra le valli dei brevi fiumi Sordo e
Carpino (immissario del Volturno), a nord-ovest del massiccio del
Matese.
L'antica Aesernia, insediamento dei sanniti pentri, trasse la
sacralità del proprio nome da Aiser, Dio. Trovatasi presto in
posizione strategica, quale luogo di transito verso l'entroterra
campano, fu colonia romana nel 263 a.C. e, dopo gravi contrasti
con Roma, ottenne la cittadinanza nel I secolo a.C. Sede vescovile
dal IV secolo, distrutta dai saraceni nell'anno 800 e ricostruita,
fu incendiata da Federico II di Svevia nel 1223; dopo un periodo
di soggezione feudale, divenne infine città libera nel 1519. Nel
1799 fu saccheggiata per aver opposto resistenza ai francesi. La
città fra l'847 e il 1984 è stata devastata da cinque terremoti e,
nel 1943, da bombardamenti aerei.

Itinerari Culturali
Il centro storico, stretto fra i ripidi
pendii che scendono ai fiumi, è percorso da un solo asse stradale
longitudinale mediano, quasi rettilineo (l'antico decumano
massimo), che si biforca nella città moderna, a nord-est, più alta
ed estesa. Fra i monumenti, sono da visionare: la bella fontana
della Fraterna, a forma di loggia, del XIII-XIV secolo; la
cattedrale, neoclassica del 1837, il cui possente campanile si
innalza sopra un androne ad archi acuti, con statue romane ai
quattro angoli e i resti della cinta muraria a blocchi poligonali,
probabilmente della prima epoca romana (III secolo a.C.). Nell'ex
convento delle Benedettine ha sede il Museo Civico, con reperti
del Paleolitico provenienti dalla vicina, importante area
archeologica, e materiali d'epoca sannitica e romana.
Itinerario San Massimo
(705 abitanti - 626 mt. s.l.m.)
( Inviato da Giusy)
La
presenza di una delle stazioni sciistiche più importanti e
rinomate del centro-meridione d'Italia, Campitello Matese, ha
decisamente fatto lievitare le possibilità turistiche e di
generale sviluppo del territorio comunale di San Massimo, da
secoli votato all'agricoltura ed alle attività artigianali,
settori che, come in altre zone del Molise, negli ultimi decenni
hanno subito una chiara flessione. Il turismo per il momento ha
solo sfiorato la realtà del piccolo comune capoluogo, raggiungendo
allo stesso tempo ottimi livelli sul Matese, ma ciò non
costituisce una pregiudiziale per l'immediato futuro. Nel bel
mezzo di una natura che, per fortuna, non ha subito profondamente
l'azione dell'uomo ed ha potuto quindi conservare, nei limiti del
possibile i propri equilibri, su di un colle a breve distanza
dalla statale 17, ai piedi del Massiccio del Matese, sorge
l'attuale centro abitato di San Massimo, raccolto intorno alla
chiesa parrocchiale. Il tessuto insediativo è di tipica matrice
medievale. Si formò, infatti, a ridosso di un castello ed è
tuttora molto ben conservato. Vicoletti e stretti passaggi lo
rendono perfettamente paragonabile a quello di molti altri centri
storici della regione ed in particolare a quelli dell'area
ricoperta dalla comunità Montana Matese.
San Massimo
L'agro del comune raccoglie
nitide testimonianze di quello che fu lo sfruttamento agricolo del
territorio in tempi passati, certamente molto ben organizzato per
una produzione sufficiente per il mantenimento di famiglie di
tenutari e di lavoratori della terra. A riprova di ciò esistono
chiare testimonianze dei complessi rurali che tutt'ora appaiono
come elementi caratteristici della zona. Si tratta di edifici che,
seguendo una terminologia moderna, potrebbero essere definiti
"polifunzionali", provvisti di tutti gli ambienti occorrenti alla
famiglia e di supporto alla pratica continuativa dell'agricoltura.
Vi si notano i magazzini per la conservazione delle merci e delle
provviste alimentari, ambienti in cui erano custoditi gli
strumenti necessari ai contadini per la propria attività, stalle
per il ricovero del bestiame. Quindi la parte domestica con gli
ambienti molto ben definiti e disposti secondo una precisa logica.
I complessi, dotati talvolta di scala esterna, sono forniti di
piccole torri-colombaie che, probabilmente, mostrando in ciò una
certa continuità con il Medioevo, in origine avevano una funzione
difensiva. Architettonicamente, gli edifici sono forniti di
arcature e loggiati che armonizzano, oltre che assecondare scopi
pratici, esteticamente l'insieme.Le origini di San Massimo
risalgono al Medioevo. Il feudo fu tenuto da vari signori. Ultimi
furono i De Gennaro che ne entrarono in possesso alla metà del XVI
secolo. All'interno del centro abitato restano visibili le residue
strutture murarie del castello medievale. Sono solo frammenti di
quello che dovette essere un robusto fortilizio. S'incontra
nell'agro la chiesa di Santa Maria delle Fratte, che mostra l'arco
a tutto sesto del portale caratterizzato da una cornice a
tortiglione, secondo gli schemi gotici ampiamente applicati in
altre opere della regione. In alto resta lo stemma dei cavalieri
di Malta come sigillo del loro possesso sull'edificio.
San Massimo
Quando si parla di
Campitello Matese la mente va subito ai noti impianti della
stazione sciistica. In realtà la località può attrarre anche chi
sia solo appassionato degli ambienti di montagna o ami le lunghe
escursioni in ambienti naturali di rara bellezza. Nell'area di
Campitello i boschi si alternano alle rocce ed a qualche spiazzo
erboso. Vi vivono varie specie di uccelli e negli ultimi anni si
sta rivitalizzando la fauna che la caratterizzava nei decenni
passati che vede nel lupo, piuttosto mobile in verità, l'animale
simbolo. Il momento di maggiore richiamo turistico della località,
ovviamente, è costituito dalla stagione invernale. La stazione
possiede circa 35 chilometri di piste utilizzabili per le varie
specialità degli sports invernali: dal fondo alle pratiche più
tecniche. L'efficienza delle piste oltre ad attirare frotte di
turisti - soprattutto nei giorni festivi si riscontra sovente il
"tutto esaurito" - ha richiamato l'attenzione degli organizzatori
di gare per i circuiti regionali, nazionali ed internazionali. Gli
impianti di risalita inoltre garantiscono la massima efficienza.
All'imponenza delle strutture per la pratica degli sports
invernali, a Campitello si aggiunge un'ottima ricettività e la
presenza in loco di località di intrattenimento e per il ballo.
Campitello mantiene intatte le proprie capacità di attrazione
anche nel periodo estivo. Agli sci ed agli slittini si
sostituiscono le attrezzature per le escursioni e per il
campeggio. Ma anche il turista che preferisce non avventurarsi
lungo i sentieri di montagna, certamente non cade nella noia.
Campi da tennis ed un centro ippico offrono tutte le possibilità
per rilassarsi e fare del moto. Per quel che riguarda il maneggio
, nel corso dell'estate a Campitello si svolgono corsi tenuti da
cooperative del settore per principianti. I più abili, o che hanno
già maturato una certa esperienza in merito, potranno invece
ambire a tentare qualche avventura: si tratta di viaggi a cavallo
di più giorni che prevedono notti da trascorrere all'aperto e
rappresentano l'occasione per conoscere più approfonditamente la
natura del luogo. Si aggiunga a ciò l'organizzazione do corsi di
inglese per i ragazzi ed il quadro è completo. Insomma Campitello
è il luogo giusto per turisti, naturalmente dai gusti diversi, per
tutti i periodi dell'anno.
I momenti più suggestivi vengono vissuti nel comune in occasione
della festività del patrono San Massimo, 15 Febbraio, e della
fiaccolata sulla neve che ha luogo a Campitello nel periodo
natalizio.
Tratto da: Comunità montana Matese (Bojano)
Itinerario Bojano (8426
abitanti - 482 mt. s.l.m.)
( Inviato da Giusy)
Bojano: centro della cittadina
Bovianum, la capitale dei Sanniti Pentri è riconoscibile oggi in
Bojano. Fu fondata intorno al IV secolo a.c. nei pressi del
tratturo Pescasseroli-Candela, ai piedi del Matese ed in
prossimità delle sorgenti del fiume Biferno. Espedienti idonei a
garantirne lo sviluppo che fu frenato, però, dalle numerose
incursioni che dovette subire dalle legioni romane nel corso delle
guerre sannitiche. Successivamente, con la "romanizzazione" del
Sannio, il centro divenne "municipum" e quindi polo di riferimento
per una vasta area sviluppata intorno alla valle del Biferno. Con
la caduta dell'Impero Romano, Bojano risentì del generale
impoverimento e spopolamento delle zone interne, minacciate,
peraltro, da varie incursioni barbariche. La ripresa avvenne con
l'assestamento dei Longobardi nel Meridione. Nel momento di
massima depressione, (VII secolo) il Duca di Benevento, Romualdo,
inviava nell'area compresa tra Sepino ed Isernia, una colonia
Bulgara guidata da Altzeco che giunta in Italia dalle zone di
origine aveva chiesto aiuto al re longobardo Grimoaldo. Bojano
diveniva così capitale di un gastaldato e dava avvio alla ripresa
economica e sociale della zona soggetta. Il ruolo dominante, il
centro lo avrebbe mantenuto per l'avvenire: con i Longobardi
diveniva capoluogo di contea e con Normanni e Svevi avrebbe
rappresentato la sede dei Conti di Molise. Dopo questo florido,
prolungato, periodo, il centro, poco alla volta, avrebbe perso le
caratteristiche suddette di polo accentratore. Nel 1266 ne
diveniva titolare Amerigo de Sus. I Capuano vi giungevano nel XIV
secolo. Vi si alternavano quindi i Pandone, i D'Artus e nuovamente
i Pandone. Nel XVII secolo il centro rientrava nei possessi dei
Carafa. Ultimi titolari ne sarebbero stati i Filomarino.
Arte e Architettura
Bojano: la cattedrale
Il castello medievale, del quale rimangono solo ruderi, era posto
sul punto più alto dell'abitato di Bojano, detto "Civita", a poca
distanza dai resti di mura di epoca italica. Ebbe un ruolo
fondamentale soprattutto nel periodo normanno e, successivamente,
con il Conte di Molise Tommaso da Celano. Lavori di scavo hanno
permesso di datare le varie fasi dell'edificio e di ottenere una
ricostruzione grafica. Ai piedi del castello nel corso del
Medioevo si sviluppò il modesto centro abitato, oggi denominato la
"Civita". Appare attualmente, perfettamente conservato. Vi si
incontrano angoli particolarmente suggestivi con vicoletti che si
insinuano tra gli edifici, alcuni privi all'esterno di intonaco,
tra passaggi arcuati. Sono caratteristici anche gli ingressi, con
arcatura in pietra, di alcune abitazioni. In quella che può essere
considerata la piazzetta di Civita di Bojano vi è il belvedere,
dal quale si gode un'ottima visuale della cittadina sottostante e
di un'ampia parte del territor
io circostante.Fu consacrata nel 1080 la cattedrale di San
Bartolomeo, costruita, molto probabilmente, sui resti di strutture
più antiche. Il portale gotico ed il rosone decorati con eleganti
elementi vegetali, sono di ottima fattura. Interessanti i pannelli
di riutilizzo murati nella fiancata destra. Il primo mostra un
leone che lotta con il serpente, il secondo un cinghiale che
difende i figli da un identico serpente (rappresenta probabilmente
il demonio). Poco distante dalla cattedrale è ubicata la chiesa di
Santo Erasmo. Presenta il portale gotico, decorato con motivi
vegetali, distinto da una cornice a mo' di tortiglione. La chiesa
mostra tre bifore, realizzate con elementi di riutilizzo. Tra loro
è particolare quella che presenta al centro un'enigmatica figura
umana. Nel muro prospiciente alla chiesa si notano varie lastre e
conci scolpiti, murati a caso, che ricoprono periodi che vanno
dall'alto Medioevo alle epoche successive. Uno schema identico al
portale di Sant'Erasmo caratterizza quell
o della chiesa di Santa Maria del Parco (XIV secolo). Nei pressi
della piazza centrale sono visibili vari reperti lapidei di età
romana. Un'interessante mostra di reperti è visibile presso il
museo civico.
Tradizioni
L'Agosto Bojanese richiama
nel centro visitatori da tutte le località del Molise. Mostre di
vario genere, manifestazioni di piazza, spettacoli e gare sportive
costituiscono gli argomenti più convincenti per dimostrare la
qualità dell'insieme. Il tutto è chiuso con la festa del patrono
San Bartolomeo, il 25 agosto. Nel corso della stessa ricorrenza ha
luogo un'importante fiera di merci. A metà agosto si disputa a
Bojano, su di un circuito cittadino "La Matesina" una gara
podistica compresa nel calendario internazionale di atletica
leggera. Accenti sacrali e popolari distinguono la festa "della
montagna" che si svolge a settembre ("S. Egidio"). Altre fiere di
una certa importanza sono organizzate a Bojano nel corso
dell'anno: il 5 gennaio (merci e bestiame), il 23 marzo (Festa
dell'Annunziata - merci e bestiame).
Una tradizione quasi scomparsa ma ricca di fascino e suggestione è
quella legata agli zampognari che, per tutto il periodo di natale,
si recano nelle case dei Bojanesi a cantare, un pò in dialetto ed
un pò in lingua italiana, un misto di celebrazioni natalizie e di
auguri.
Leggende
La fondazione di Bojano è
legata, secondo la leggenda, alle Primavere Sacre ("Ver Sacrum")
dei Sanniti. Il popolo italico annoverava tra i suoi usi e costumi
la tradizione di consacrare a Marte i bimbi nati nella Primavera
sacra. Costoro una volta cresciuti erano guidati da un bue,
animale sacro al popolo, alla ricerca di nuovi territori da
popolare. Il bue si fermò proprio nella fertile pianura dove ora
sorge Bojano che fu denominata in questo modo proprio in
riferimento al bue.
Tratto da: Guida del Molise
Itinerario
Larino (Inviato da Marina)
Punto di incrocio
dei percorsi che seguono l'andamento costiero con quelli che
dall'interno raggiungono la costa, Larino deve la sua nascita e il
suo sviluppo a questo snodo. In posizione dominante sulla bassa
valle del Biferno da un lato, sulle Piane attraverso le quali
facilmente si raggiunge la costa, aperta alle aree pugliesi, la
zona di Piano San Leonardo sin da epoche protostoriche cominciò ad
ospitare insediamenti umani. In epoca arcaica si rinvengono nuclei
di piccoli sepolcreti sparsi in forma anulare, a testimonianza di
gruppi numerosi di piccoli villaggi, con comunità che
probabilmente condividevano alcuni servizi. La prima forma urbana
risale alla fine del V secolo a.C., ma si trova realizzata in
quello successivo. Dell'impianto urbano di quest'epoca si conosce
poco in quanto le successive sistemazioni urbanistiche si
sovrapposero, obliterandole ed inglobandole, a quelle precedenti.
Si trovano però qua e là testimonianze significative che
permettono di definire questo pri
mo insediamento urbano caratterizzato da edifici con zoccolature
in blocchi di arenaria e alzato in mattoni crudi; piccoli tratti
di strade di epoca preromana, risalenti al IV e III secolo a.C.,
si sono trovati laddove poi sorse l'anfiteatro, con pavimentazione
in piccoli ciottoli disposti di taglio formanti un disegno
geometrico. A partire da epoca augustea la città cominciò ad avere
una nuova sistemazione urbanistica soprattutto in riferimento ad
edifici pubblici di grande rilevanza: l'area del foro, nella prima
metà del I secolo d.C., l'anfiteatro, nella seconda metà dello
stesso secolo, le terme e taluni edifici pavimentati in mosaici
bicromi e policromi a nel II secolo.
Rispettando la conformazione del terreno e i percorsi stradali che
si erano configurati da tempo, la forma della città non ebbe mai
un contorno regolare; si sviluppò ai lati delle strade assumendo
una conformazione "a boomerang". L'abbandono del sito risale
probabilmente ad epoca tardo antica; la popolazione, in epoche di
disordini e di insicurezze, cominciò a stanziarsi a valle, su uno
sperone roccioso difeso naturalmente; qui si sviluppò il centro
medievale e moderno, mentre il sito preromano e romano andò
progressivamente in rovina, per essere rioccupato solo in tempi
recentissimi: "Larino nuova", come la si definisce, si è
sviluppata negli ultimi cinquant'anni sul sito dell'antica Larinum.
L'anfiteatro
Di forma ovale, con curva
policentrica, presenta una struttura mista: l'arena e gli ordini
inferiori della cavea sono difatti scavati nello strato di
arenaria, quelli superiori sono costruiti in elevato. Per
l'accesso all'arena e agli ordini inferiori della cavea si aprono
quattro porte di cui due (nord e sud) di maggiori dimensioni. Per
la distribuzione degli spettatori serviva un ambulacro con volte a
botte nel quale si aprivano 12 vomitori corrispondenti ad
altrettante gradinate radiali, mentre l'accesso all'ordine
superiore era assicurato da scale esterne come avveniva
nell'anfiteatro di Pompei. I muri in elevato sono realizzati con
opus coementicium con paramento in mattoni interrotti da tratti in
opera reticolata. Il piano dell'arena è bombato al centro, in modo
da permettere la raccolta delle acque nel canale che la circonda (euripo).
In posizione decentrata è una fossa a pianta quadrata, che
permetteva molto probabilmente il ricorso ad effetti scenici
mediante un elevatore (sul suo fondo sono stati trovati i
contrappesi che ne assicuravano il funzionamento). La costruzione
dell'anfiteatro è datata da una iscrizione rinvenuta presso la
porta est, che menziona anche il finanziatore dell'opera: il
committente dell'opera fu un personaggio di rango senatorio,
Capitone, di cui si è perso il gentilizio. L'anfiteatro di Larino
è uno degli esempi di rinnovamento edilizio che interessò gli
edifici destinati agli spettacoli anfiteatrali verso la fine del I
secolo d.C. trovando impulso dalla fastosa inaugurazione
dell'anfiteatro flavio: furono difatti molti i personaggi di alto
rango che diedero prova di evergetismo finanziando tali strutture
(l'anfiteatro di Urbisaglia, Cassino, Lucca; dello stesso periodo
sono anche le strutture anfiteatrali di Amiterno, Volsinii,
Aquileia, Parma). Per quanto attiene alla struttura, il suo
carattere "misto" lo distingue da altri edifici quali quelli di
Verona, Pozzuoli e dello stesso anfiteatro Flavio, interamente
costruiti in elevato. Di media grandezza (più piccolo di quelli
sopra citati) si avvicina per dimensioni al non lontanissimo
anfiteatro di Lucera e di Alba Fucens, con una capacità di circa
10.000 spettatori.
Le terme presso l'anfiteatro
Non mancavano le terme in
una città densamente popolata e trafficata. A Larino ne sono state
identificate almeno quattro, dislocate in vari punti della città,
di cui due nelle immediate vicinanze dell'anfiteatro e in tutti i
casi (almeno così sembrerebbe) nella vicinanza di strade
principali. Di uno di questi impianti, ora interrato, furono
identificati due ambienti absidati di cui uno pavimentato in
mosaico; un altro ambiente, addossato ad una delle due absidi, era
adibito a cisterna. Del secondo impianto termale si vedevano agli
inizi di questo secolo cospicui resti dell'elevato in laterizi (i
resti all'epoca incorporati in una costruzione adibita a
frantoio); anche qui si è ricostruita in pianta l'esistenza di
ambienti absidati e di aule a pianta quadrata con pilastri. Del
terzo impianto termale individuato con saggi di scavo nel 1951,
ora distrutto, resta solo la documentazione dell'epoca dei saggi;
si parla di almeno dieci ambienti con relativi pavimenti (in
mosaico, in opus spicatum) e di altri destinati alla combustione,
che ne permisero l'identificazione come ambienti termali. Il
quarto impianto è stato recentemente esplorato in parte della sua
struttura; esso è collocato a sud-ovest dell'anfiteatro, da esso
distante circa 50 m., all'interno del parco di Villa Zappone. Si
susseguono ambienti ipogei di varie forme e dimensioni di cui uno
absidato con pavimenti in lastre di laterizi e qua e là tracce
delle colonnine fittili adibite a suspensurae (le colonnine che
sostenevano un pavimento pensile sotto il quale circolava aria
calda). Un rudere, rimasto sempre in vista, si conserva in altezza
per circa 10 m.: si tratta di un enorme pilastro (m. 2,00 x 2,80)
con nucleo cementizio e rivestimento in laterizi. Di queste terme
è stato parzialmente esplorato un grosso ambiente pavimentato con
un mosaico a tre colori: su campo bianco c'è un riquadro centrale
con motivi geometri, mentre l'ampio spazio marginale, delimitato
da fasce nere, ha motivi figurati: delfini guizzanti e animali
marini.
La domus ellenistica
Le varie fasi urbane della
città di Larinum sono documentate ovunque si siano eseguiti saggi
o scavi archeologici. Nella zona di Torre S. Anna, dove sono stati
individuati un'area pubblica con portici, ambienti absidati ed un
edificio a probabile destinazione sacra (tempio di Marte?) è stata
esplorata una interessante casa (domus) pre-imperiale che,
parzialmente, fu distrutta o comunque obliterata dagli edifici
sopra menzionati. A sua volta la domus conobbe almeno due fasi,
anche se l'edificio mantenne intatta la struttura: un grande atrio
quadrangolare pavimentato in ciottoli policromi, un corridoio di
ingresso (fauces) anch'esso in policromia di ciottoli; al centro
(o quasi) è un impluvium (vasca per la raccolta dell'acqua
piovana) con mosaico policromo raffigurante su campo bianco un
polipo centrale e quattro cernie agli angoli; tutto intorno
un'ampia cornice di tralci, pampini e grappoli: questo impluvio fu
aggiunto nella seconda fase insieme alla fascia pavimentale
immediatament
e circostante. Attorno a questo atrio si distribuisce una serie di
ambienti cui si accedeva tramite vani con soglia in pietra e
cardini di bronzo (una sola è conservata integra). Delle pareti si
conserva solo la fondazione con la zoccolatura di base, costituita
da grossi blocchi di arenaria; si suppone che l'alzato fosse in
mattoni crudi; uno degli ambienti laterali conserva parte del
pavimento in cocciopisto con tessere a motivo punteggiato.
Un'area pubblica
Il settore è ubicato a circa
100 metri a nord-ovest dell'anfiteatro. Esplorato parzialmente, si
articola in un edificio a pianta quasi quadrata su alto podio,
rimasto sempre parzialmente in luce, eseguito in muratura di
mattoni (opus latericium), che potrebbe essere identificato con un
edificio sacro (non è del tutto da escludere che tale edificio
possa essere identificato con il tempio di Marte menzionato nel
1744 dal vescovo Tria). Immediatamente a ridosso di tale edificio,
su due livelli entrambi inferiori rispetto al piano del tempio,
che in tal modo viene ad assumere una posizione eminente, si
distribuiscono altri ambienti, su una piattaforma sostenuta da un
poderoso muro in opus mixtum di reticolato e laterizio; si
individuano un porticato colonnato che conserva il filare di base
dei blocchi calcarei e solo una delle basi di colonne, inoltre
aule rettangolari con tracce di numerosi rifacimenti, e una zona
absidata originariamente rivestita di lastre di marmo, articolata
in una
serie di nicchie a pianta rettangolare e semicircolare. Poco resta
delle pavimentazioni originarie; nell'edificio sacro, il cui
ingresso si apriva al lato opposto rispetto all'area pubblica,
doveva essere un pavimento in mosaico ora perduto; resti anche
cospicui, di un pavimento in cocciopisto si trovano nel resto
dell'area.
Un edificio absidato con
mosaico
L'ambiente presenta una
pianta rettangolare con abside; i muri perimetrali, conservati
solo nella parte bassa delle pareti, erano rivestiti. Si accede
all'edificio tramite una soglia ampia quasi quanto l'ambiente,
costituita da blocchi in calcare sui quali sono i fori per una
cancellata,. Il pavimento è un mosaico bianco con decorazione
geometrica e floreale di tessere nere; in una cornice di due
fasce, che segue sottolineandolo l'andamento absidale, si
articolano croci greche alternate a quadrati e, verso i margini,
serie di rombi e triangoli.Tra questi elementi geometrici vi sono
svastiche, croci, quadrifogli. Nell'abside il pavimento è una
lunetta con racemi e volute. Quasi al centro dell'ambiente è una
cisterna a pianta circolare di forma troncoconica, ampiamente
slargata alla base (circa 2 metri) profonda oltre 3 metri, con
pareti rivestite in laterizi e con pavimento in intonaco
idraulico.
Un settore abitativo con strada
Un settore abitativo di notevole interesse è venuto alla luce
nell'area a ridosso dell'attuale Palazzo di Giustizia, in
posizione periferica rispetto a quello che doveva essere il centro
urbano antico. Interposta tra abitazioni moderne, l'area è divisa
in due parti da una strada in grossi ciottoli di fiume con
relativi marciapiedi (crepidines) leggermente rialzati rispetto al
piano stradale. A valle della strada si distribuiscono ambienti a
destinazione artigianale: una vasca pavimentata in mattoncini era
collegata ad un canale di scarico, un altro ambiente è pavimentato
in cocciopisto. A monte è il settore destinato ad abitazione; due
ambienti conservano i pavimenti in mosaico. Il primo pavimentava
verosimilmente una sala da pranzo (triclinium); pur se
notevolmente lacunoso, si legge in tutti gli elementi compositivi
e nella decorazione bicroma: serie di ottagoni e losanghe nonché
un vaso (cantaro) che appunto fa ipotizzare la destinazione
dell'ambiente a sala da pranzo. Un secondo
ambiente, conservato nelle dimensioni originarie, presenta un
mosaico bianco, con riquadro centrale in tessere bianche e nere:
triangoli, foglie, un rosone articolato in quadrati e rosette. I
magazzini dell'abitazione individuati e scavati solo parzialmente,
conservano grosse botti (dolia) di terracotta infossate al di
sotto del piano di calpestio.
I mosaici nel palazzo ducale
Nel palazzo ducale sono
conservati tre mosaici policromi, di cui due famosissimi, che
furono trovati nel secolo scorso non lontano dall'anfiteatro. Il
mosaico cosiddetto della Lupa raffigura la lupa nell'atto di
allattare Romolo e Remo sotto una rupe, dalla sommità della quale
due pastori guardano la scena. Una ricchissima cornice raffigura
eroti cacciatori fra girali dentro i quali si alternano animali
selvatici. Il mosaico è del III secolo d.C.
Quello detto del Leone ha un riquadro centrale con scena figurata:
un leone che avanza a destra sotto una palma; il campo è decorato
con un complesso motivo geometrico di riquadri con trecce, rombi e
pelte. Viene datato al II secolo a.C.
Il terzo mosaico, purtroppo molto lacunoso, anch'esso risalente al
II secolo d.C., è racchiuso in una cornice di tralci e foglioline
di edera, treccia e ogive, con campo che è un alternarsi di
volute, tralci e foglie entro i quali si alternano uccelli su
rami.
La necropoli romana
Una ventina di sepolture,
non tutte in buono stato di conservazione, sono state recuperate
nei pressi dell'attuale stazione ferroviaria, area ricadente in
antico al di fuori del circuito urbano. Il nucleo sepolcrale
comprende sia tombe di epoca arcaica (VIII-VI secolo a.C.) sia
sepolture di epoca romana. Queste ultime si rivelano
particolarmente interessanti anche perché rappresentano la prima
testimonianza di tale tipo di reperti. Ci si trova di fronte ad un
nucleo di sepolture prevalentemente di bambini; le tombe sono a
fossa scavata nel banco di arenaria, prive di copertura oppure,
raramente, con copertura di tegoloni. Sono tombe ad inumazione,
tranne un caso ad incinerazione. L'orientamento è costantemente
nord-ovest/sud-est, con la testa in prevalenza posta asud-est. Il
corredo dei vasi, quando presente, è deposto ai piedi, ma non
mancano casi in cui esso si trova distribuito in vari punti della
fossa, anche presso il cranio e sul corpo. Da notare è la presenza
di una sepoltura
bisoma, con un adulto ed un neonato, forse la madre morta di parto
e suo figlio. La presenza frequente di lucerne accanto alla
piuttosto grossolana ceramica da mensa implica vari significati;
la luce divina, l'anima che sopravvive, la fiaccola della nuova
casa. L'unica sepoltura ad incinerazione conserva i resti di un
cofanetto di legno (il meccanismo metallico di chiusura); esso era
probabilmente utilizzato come urna cineraria. I corredi
comprendono vasi in ceramica, vasetti di vetro, lucerne, monili di
bronzo, di ferro, di vetro, di ambra. Particolarmente
significativo il corredo della tomba n. 1 (di adulto) che contiene
una scodella, una brocca, una lucerna nonché un grosso numero di
chiodini di ferro pertinenti alle calzature del defunto. La tomba
n. 2, oltre a due brocche, una scodella, un vasetto senza manici e
una serie di chiodi, restituisce due lucerne, di cui una piuttosto
singolare, sostenuta dalle mani di una figura maschile.
La città
Larino è
sicuramente una delle cittadine più interessanti del Molise.
Immersa nei campi di olivo e in una florida vegetazione, è famosa
per le numerose testimonianze delle epoche passate: l'anfiteatro e
i mosaici romani, i sontuosi palazzi, le ville nobiliari e le
chiese, tra cui quella di S. Francesco, mostrano anche oggi le
tracce di una storia millenaria. La cattedrale di Larino,
consacrata il 30 Luglio 1319 (data scolpita sull'architrave del
portale), dedicata al Patrono della città ed all'Assunta, và
considerata come uno degli edifici più importanti
dell'architettura religiosa dei secoli XIII e XIV dell'ltalia
centrale. La sua importanza deriva non solo dal suo alto valore
artistico, ma riguarda anche una raffinata concezione progettuale
dell'intero organismo. Cosi, come nell'ormai storicamente
consolidata tradizione dell'architettura italiana di quei secoli,
che vede il netto rifiuto dei modelli d'oltralpe, anche la
cattedrale di Larino presenta una struttura spaziale tipicamente
romanica nella quale si innestano alcuni elementi formali tipici
della corrente culturale del gotico, di cui l'arco ogivale
rappresenta l'elemento più tipico. Gli studi attuali concordano
nel ritenere l'organismo realizzato in due tempi diversi. Al primo
dovrebbero risalire le uniche tre coppie di pilastri
corrispondenti specularmente, al secondo, probabilmente in seguito
ad un cambiamento di programma, il resto della chiesa
caratterizzata da sostegni asimmetrici {complessivamente 5 a
sinistra e 6 a destra dell'ingresso), da una differente ampiezza
delle navate laterali (coperte con volte costolonate) e dalla
posizione della facciata fortemente inclinata rispetto all'asse
longitudinale della chiesa.
L'anticlassico orientamento con la terminazione absidale ad ovest
invece che ad est, simbolicamente verso Gerusalemme è dunque solo
successivo, in quanto, in precedenza, l'ingresso doveva situarsi.
proprio in corrispondenza dell'attuale zona absidale, su quello
che doveva essere l'asse principale della città, costituito dalle
attuali Via Marconi, Via Olmo e Via Paradiso. All'interno,
piuttosto austero (anche se originariamente doveva essere
totalmente affrescato, vedi a proposito tracce di affreschi nella
navata di destra), si contrappone il paramento murario della
facciata, a coronamento orizzontale, secondo il tipico modello
abruzzese. Particolarmente raffinato è l'apparato scultoreo
della facciata, e la loro particolare configurazione che prevede
un' inusuale incorniciamento oltre del portale anche del rosone e
delle due finestre a bifora tramite un rilievo cuspidato.
Capolavoro scultoreo è il rosone, incorniciato da archivolti
sporgenti sostenuti da colonnine pensili. Le figure allegoriche
che si vedono sull'arco acuto (con al centro l'agnello) che
sovrasta il rosone, cioè l'aquila ed il bue a destra, un angelo ed
un leone a sinistra, rappresentano i quattro evangelisti, mentre
il vescovo sulla punta dell'arco rappresenta San Pardo. Le
decorazioni delle colonnine formanti i raggi, sono tutte di
fattura diversa l'una dall'altra, e fatto inusuale il loro numero
è dispari, tredici. Altro elemento di particolare valenza
architettonica, è indubbiamente la lunetta centrale del portale.
Il soggetto scultoreo della lunetta, con la croce ad Y, tipica
immagine del XIII sec., denota nell'impostazione della scena forti
legam
i con schemi usuali nel XII sec. raffigurante Cristo crocefisso
coronato Re da un angelo, con ai lati la Madonna e San Giovanni,
presenta, dopo i lavori di pulitura, chiare tracce di colore che
invece sono assenti nel resto della lunetta. La Basilica
Cattedrale di Larino, fù dichiarata monumento nazionale nel 1890,
mentre con Bolla Pontificia del 13 Luglio 1928 è stata insignita
del titolo di Basilica Minore. Nella prima metà del XVIII secolo,
venne adeguata al gusto barocco, e negli anni 1950-1952, con
lavori di restauro, riportata al suo aspetto originario. Nella sua
configurazione originaria (1319) la Cattedrale risultava mancante,
rispetto alla configurazione attuale, della cappella del
Sacramento che risale al 1733; delle due absidi laterali, di cui
quello di sinistra è databile fra il XIV e il XV secolo, mentre
quello di destra è stato realizzato dopo il 1860; e infine del
Campanile. Posto sul lato destro della facciata, è alto ben 33
metri, ed è stato realizzato in due epoche; la prima,
corrispondente al basamento impostato su due poderosi archi a
sesto acuto, denominato "Arco di San Pardo", e venne costruito
sotto il Vescovo F. G. Leone nel 1451 da Giovanni da Casalbore,
come risulta da una lapide posta nell'arco stesso. La parte
superiore venne completata nel .1523 sotto il Vescovo F. G.
Petrucci, come risulta da un'altra lapide posta nel primo piano
del campanile. Ai lati di questa sono visibili lo stemma del
Vescovo suddetto, della città di Larino e del signore di Larino,
che in quei tempi era Ettore Pappacoda. Secondo alcuni storici,
questo campanile sarebbe stato edificato al posto di un altro
precedente, coevo alla Cattedrale: Da notare che sul lato
occidentale, nella parte alta, è inserita una lapide che raffigura
il Vescovo Raone, il quale inaugurò la Cattedrale. Nel primo piano
del campanile era posto anticamente l'archivio capitolare, nel
secondo piano fu posto nel 1785 l'orologio, opera del Grassi di
Casacalenda, nel terzo piano, si trova la cella delle campane
rifuse alla metà del XIX sec., e nell'ottagono le due campane
dell'orologio (1691-1735) e altra campana (1860). Il campanile
oltre alle varie iscrizioni si arricchisce anche di bassorilievi
dell' antica Larinum.