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I padroni delle fabbriche preferiscono i bambini come operai: per
le mani piccole, più adatte al lavoro, ma soprattutto perché li
pagano meno della metà degli adulti. E' quasi impossibile per le
famiglie sottrarsi a questa crudele forma di usura: contraggono
debiti, quindi sono costretti a cedere i propri figli come
lavoranti per ripagare il debito, ma i guadagni sono insufficienti
e il debito non si estingue mai...

Per questo il primo obiettivo dei programmi UNICEF nel Tamil Nadu,
come in molti altri stati dell'India, è aiutare le famiglie a
riscattare i figli dal lavoro forzato. Grazie a un'alleanza con
varie associazioni e con il contributo delle autorità locali,
viene estinto il debito e i bambini vengono poi mandati a
frequentare speciali scuole, create nei loro villaggi, dove si
applicano metodi d'insegnamento innovativi, con molto spazio alla
musica e al gioco ma anche con molte materie orientate per dare
loro una professionalità. Sarebbe infatti difficile per questi
ragazzi, che hanno alle spalle anni di duro lavoro, ambientarsi
nelle normali scuole statali, con bambini molto più piccoli di
loro e un insegnamento rigido, predeterminato, poco flessibile e
senza rapporto con la loro esperienza di lavoro e le loro
esigenze. Il problema non riguarda solo le fabbriche di Bidis:
qualche anno fa un'inchiesta accertò che oltre 50.000 bambini di
età compresa tra i 3 anni e i 15 lavoravano nelle fabbriche di
fiammiferi e di fuochi di artificio di Sivakasi, sempre nello
stato del Tamil Nadu, 12 ore al giorno, rinchiusi in stanze buie e
fetide, maneggiando prodotti chimici pericolosi e tossici, come il
clorato di potassio, gli ossidi di fosforo e lo zinco.

Del resto anche in altre zone dell'India la legge che vieta l'uso
di manodopera infantile viene continuamente disattesa. I datori di
lavoro hanno tutto l'interesse ad impiegare in lavori degradanti i
bambini, perché sono più rapidi e si affaticano di meno degli
adulti, si controllano con facilità e sono più disciplinati. Ma
soprattutto costano molto meno sia in termini salariali che
assistenziali e non sono sindacalizzati. Così, in assenza di una
rete efficace e capillare di controlli, continuano a persistere
situazioni drammatiche, come quella degli oltre ventimila bambini
che lavorano nelle miniere di Meghalaya in fosse larghe 90 cm.;
quando crescono e non sono più in grado di restare dentro queste
fosse perdono il lavoro. E nel nord dell'India, nello stato del
Rajastan, si calcola che il 40% dei 30.000 operai tessili siano
bambini.

La povertà ancora molto diffusa,
nonostante il grande sviluppo recente dell'economia indiana,
spesso non lascia ai bambini alcuna alternativa fuori dal lavoro.
Il sistema educativo aggrava ulteriormente la dimensione del
problema: nelle zone rurali più isolate, le scuole sono rare e
inaccessibili. Inoltre nelle campagne il conflitto tra il
calendario scolastico e le stagioni agricole obbliga i bambini ad
abbandonare la scuola al momento della semina o del raccolto.
Occorre quindi creare un sistema scolastico più flessibile e
rispondente ai bisogni dei bambini, ma anche aiutare le famiglie,
per spezzare il circolo vizioso della miseria ed evitare che i
bambini sottratti a un lavoro si ritrovino a doverne fare uno
ancora peggiore. Per questo l'UNICEF attua anche un programma di
piccoli prestiti a gruppi di donne, perché possano migliorare la
produzione agricola, ad esempio con l'acquisto di mucche il cui
latte viene venduto in città, compensando così la perdita del
guadagno dei bambini e consentendo alle famiglie di ripagare
il debito.
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