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Il Kenya suggerisce immagini di
spiagge che si affacciano sull’Oceano Indiano o delle immense
distese della savana. Ma appena fuori dalla capitale Nairobi,
oltre le ville blindate circondate da parchi e piscine, ci si
affaccia su un altro mondo: quello dei ”poveri”. Secondo le ultime
statistiche le baraccopoli attorno a Nairobi sono 199, con 2
milioni e mezzo di abitanti. Quella di Korogocho, si estende su un
area lunga un chilometro per un chilometro e mezzo; ci vivono
circa 120 mila persone e a sentirne le storie è forse una delle
baraccopoli più violente. L’altra, Kibera, appare come un enorme
serpentone senza una fine che si appiccica alla città.

È la baraccopoli più popolosa e una
delle più grandi al mondo: raggiungerebbe il milione di abitanti.
A Korogocho, che in lingua kiswahili significa “confusione”, tutti
hanno dei problemi, così tanti che è impossibile riordinarli nella
testa e darsene una ragione, è una realtà estremamente difficile
da assorbire. Storie come quelle dei bambini della St John’s
Primary School sono all’ordine del giorno. Per la maggior parte
orfani, sono i fratelli più grandi o i parenti più vicini a
prendersi cura di loro, ma spesso non ci sono i soldi per
mangiare, i vestiti o le medicine. Come nel caso di Sophia 12
anni, che dice: “La mia vita è un incubo, ho perso entrambi i
genitori, mia nonna è malata ma riesce a prendersi cura di me e i
miei fratelli, non mi posso permettere di perderla, senza di lei
non ho futuro.” Ogni sera, padre Daniele Moschetti, da tre anni a
Korogocho, celebra regolarmente la messa del malato nelle
baracche. Il senso di insicurezza è totale, come cala la notte
viene dichiarato il coprifuoco. Le strade, fino a poco prima
animate e chiassose, diventano deserte e buie, solo il chiarore
del cielo e qualche lampione fioco le illumina.

Problemi come droga, violenza, e corruzione
fanno parte della vita di questa gente e serpeggiano tra le
baracche e le fogne a cielo aperto. Camminarci, significa
imbattersi nei bambini che sniffano colla per non sentire la fame,
o con gli ubriachi che bevono
il chang’aa, un liquore
prodotto illegalmente, ma con il consenso dei poliziotti. Lo
bevono prima di entrare in discarica o alla sera per dimenticare
una giornata passata in mezzo ai rifiuti. Qui la vita non ha molto
valore, il povero ruba al povero.
Oggi è padre Daniele Moschetti, coadiuvato dai volontari laici, a
raccogliere l’eredità di padre Alex Zanotelli, il primo a scendere
fin quaggiù e a restarvi per 12 anni. Ricostruire la dignità umana
è la sua sfida; dare speranza, un’occasione di riscatto per la
vita.Moses dipinge murales su lamiera, con il suo estro fa
apparire meno grigio l’immenso agglomerato di Korogocho.

Un grosso dipinto all’ingresso
dello slum mostra la Nairobi che tutti vorrebbero. Il colore è
nell’anima di ognuno ed è il frutto del recupero di persone che
attraverso l’arte, il lavoro e lo sport ce la possono fare. Ci
sono piccole strutture come il centro di riciclaggio Mukuru, dove
la carta viene trasformata in combustibile, il Bega Bega per la
lavorazione dei prodotti artigianali e il Boma Rescu il centro di
assistenza per i bambini di strada. Ultima novità è
l’organizzazione di attività sportive: boxe, pesistica, atletica,
karate e calcio. La chiesa di St John assieme alla scuola è
un punto di riferimento per la comunità cattolica di Korogocho.

La domenica mattina si percepisce
una grande confusione: i bimbi, confezionati a festa con vestiti
dai colori pastello, si confondono ad eccentrici personaggi usciti
chissà da dove. Gli abitanti usano dire che ci sono più chiese che
toilettes. La scuola è l’unica speranza di cambiamento, i bambini
lo sanno e lo scrivono a chiare note. La possibilità di
frequentarla permette loro di sognare un futuro diverso, ma
soprattutto è la strada per educare persone capaci di costruire
una società civile migliore. Peccato che a differenza di tante
altre scuole, qui il panorama sia ancora quello della più grande
discarica di Nairobi.
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