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Per la loro strenua resistenza alla violenza
della guerra e per l'affermazione della vita umana i bambini di
Sarajevo vengono candidati al premio Nobel per la pace. L'amore
dei bambini di Sarajevo ha instaurato un rapporto di pace. Anche
quando vengono uccisi o feriti non c'è odio in essi. C'è soltanto
dolore e stupore. I bambini di Sarajevo stanno diventando il
simbolo della fiducia nelle relazioni permanenti di nonviolenza
tra i popoli, sono insegnanti di pace per il genere umano.
Stefan Mienkovic,
violinista primo ambasciatore dei
bambini

Mi chiamo Selma. Sono nata nel 1981.
Prima della guerra abitavo, con i genitori e un fratello, a Foca,
dove ho avuto un'infanzia felice. Però tutto è sparito a un tratto
e con la mamma e il fratello ho dovuto fuggire da Foca, prima a
Gorazde e poi a Sarajevo. Mi è dispiaciuto molto dover lasciare i
miei libri, i miei giocattoli, la mia cameretta, lasciare il papà.
È un momento che non dimenticherò mai, ma la mamma ha detto che
così dovevamo fare. Siamo venuti dalla nonna a Sarajevo, dove mi
piaceva molto venire per le feste e in vacanza, ma ora la guerra
c'è anche qui e la vita è diversa da prima. Non più passeggiate
lungo la Miljacka, solo granate e il dormire in cantina. Non sono
andata neanche per le strade vicine. Ma poi è stata chiusa l'acqua
e siamo dovuti andare a prenderne fino alla fabbrica di birra. Ci
andavamo tutti i giorni, la mamma, mio fratello e io, ed ero
contenta di poter uscire di casa. Il giorno 15 di gennaio ero
particolarmente allegra. Mi sono vestita in fretta, sono corsa
fuori per prima, impaziente di andare. Presso la fabbrica di birra
non c'era molta gente come di solito e il nostro turno è arrivato
in breve. All'improvviso, un lampo, e un botto stridente. Mi sono
trovata a terra insieme al fratello e la mamma che ci copriva col
suo corpo. Si sentivano urla e gemiti. Ero sveglia, guardo la
mamma e il fratello, eravamo vivi. Poi ho sentito la gamba
intirizzita. Ho pensato che fosse per la detonazione, ma vedendo
il sangue ho capito di essere ferita. La mamma ha preso il mio
nastro per i capelli e legato forte la gamba per fermare il sangue
e poi con l'auto di mio fratello mi ha portata fino alla casa più
vicina. Lì si trovava già un ragazzo ferito alla testa. Piangeva e
chiamava la mamma, il papà e la sorella. lo non piangevo. Però
nella macchina, che ci portava all' ospedale, ho
pensato di perdere i sensi. Ma ho resistito. All' ospedale,
davanti alla sala operatoria, c'erano le telecamere. Ho rivisto il
ragazzo con la ferita alla testa e ho saputo che i suoi genitori
erano morti e la sorella ferita. La scheggia mi ha traforato la
gamba, spezzettando l'osso e poi non so altro. Comunque, il foro
d'uscita è stato cucito, quello d'entrata no. Ho tutta la gamba
ingessata, per muovermi uso le stampelle. In ospedale ho passato
nove giorni che non dimenticherò mai. Quasi ogni giorno le granate
colpivano l'ospedale, io temevo che qualcuna potesse colpire
proprio la mia camera e che si ripetesse tutto. Non riuscivo né a
dormire né a mangiare. Chiedevo alla mamma di portarmi a casa. Ora
sono a casa da due mesi. La gamba è tuttora ingessata. Sto seduta
per tutto il giorno e mi annoio tanto. Ogni esplosione di granata
che sento mi fa tremare. Sono costretta a chiedere aiuto per
scendere in cantina perché non ho ancora imparato a scendere le
scale con le stampelle. Ora ho un desiderio solo: che la guerra
finisca e che papà venga a Sarajevo. Spero accoratamente che
succeda fra breve.

Mi chiamo Alen e il
fatidico 15 novembre del 1992 è stato un giorno relativamente
tranquillo. Alcune persone, tra cui il mio amico Yasmin (17 anni)
stavano spaccando la legna davanti al palazzo. Lo aiutavano suo
fratello minore Irfan e lo zio Ibro (19 anni). Finito di spaccare
la legna, verso le ore 17, ho aiutato i miei amici a portare la
legna fino all'appartamento. Appena iniziato, ha lampeggiato una
fortissima detonazione. La spinta della detonazione mi ha
scaraventato più in là. Mi resi conto, in un attimo, di volare e
di cadere per terra. E poi le grida, nella confusione generale e
fumo dappertutto. I feriti chiedevano disperatamente aiuto. Ho
sentito un dolore fortissimo al braccio sinistro e visto il
sangue. Molti sono accorsi per offrire aiuto e nel panico
trasportavano i feriti dentro. In breve è arrivata un'
autoambulanza. Durante il trasporto verso l'ospedale ho saputo che
alcuni erano feriti gravemente. Irfan, che era ferito grave, e suo
zio Ibro sono stati trasportati con un' altra auto. Purtroppo, per
loro due non c'era più salvezza. Gli assassini hanno preso le loro
giovani vite. Gli altri feriti si sono ristabiliti in poco tempo.
La mia convalescenza è durata di più perché la scheggia ha
provocato la rescissione del nervo della mano. A causa della
mancanza dell'energia elettrica, non hanno potuto farmi la
plastica. Ora, ogni giorno vado alla clinica traumatologica per
gli esercizi fisioterapici. I progressi sono insignificanti, ma i
medici mi assicurano che guarirò. lo non riesco a capire questa
guerra. Perché vengono uccisi i bambini, la gente. È mai possibile
che i criminali continuino, per un anno, dai monti, a seminare
morte dentro la città, che è il campo di concentramento più grosso
del mondo? Ogni giorno perdiamo vite innocenti, e il mondo, che ha
riconosciuto questo stato, non intraprende neanche un' azione
concreta per fermare la guerra. lo sono fiero dei miei amici che,
più anziani di me si trovano col fucile in mano sulle prime linee
di difesa. Sono molto coraggiosi e combattono un nemico molto ben
armato, per la libertà del mio paese e la democrazia. Non passerà
ancora molto tempo e la libertà verrà. E tutti potremo pensare al
lavoro. Per me, la cosa più importante è che inizino le scuole e
ci sia la pace. Molte vittime sono ormai cadute per la
libertà e la pace è indispensabile a tutti.

Noi vogliamo la pace. Mi
chiamo Sajra sono nata a Sarajevo. Ho
dieci anni ed ho finito la terza elementare nella scuola «Dositej
Obradovic». Vivo con la nonna Ramiza, la mamma Zehra e il fratello
Mirza. La guerra ha distrutto la nostra infanzia. La prima granata
che ha colpito casa nostra è penetrata fino alla cantina, dove
stavo riparata assieme ai genitori, il fratello, la zia e lo zio,
mia cugina e i nonni. lo non ricordo i dettagli. Mi hanno
raccontato che la zia mi ha tirato fuori la lingua. Sono rinvenuta
dopo che mi hanno bagnato la faccia e ho visto il sangue. Mi hanno
portato subito a Velesici. Uno dei vicini di casa mi ha messo
sulla sua automobile e ha messo in moto. Tutt'intorno cadevano le
granate, anche un cecchino ci ha tirato. Arrivati in ospedale, mi
hanno medicata subito. Ho passato dieci giorni in ospedale.
Rimessami, sono tornata a casa e c'era tanta allegria e felicità
perché ero viva. La maggior parte del tempo, adesso, sto chiusa in
casa o in cantina, perché continuamente bombardano Hum (il
ripetitore della TV) e il quartiere Velesici. Vorrei che finisse
quanto prima per rivedere i miei compagni e le mie compagne e
giocare di nuovo insieme come quando c'era la pace. Vi prego di
aiutare i bambini della Bosnia Erzegovina.

Mi chiamo Aseta. Era una bella giornata,
quel giorno, il sole invitava proprio a uscire. C'erano fuori
anche i miei amici e mio fratello. Giocavamo a fare scuola. In un
momento, si è sentito partire un colpo, una granata dalla collina.
Mio fratello ha gridato di buttarsi giù. All'istante si è sentito
forte il botto della granata. S'è alzata polvere tutt'intorno. Non
si vedeva molto. Ho sentito le grida dei miei amici e di mio
fratello. Sono accorsi poi i vicini, i genitori dei miei amici e
mio padre. Ho visto la mia amica Nives giacere morta. Era accorso
anche suo padre che ha incominciato a piangere. Ero molto
infelice. Hanno sollevato mio fratello sopra una coperta. Papà ha
preso la macchina e ci ha portati all' ospedale di Kosevo. Ero
terrorizzata. lo sono stata medicata e portata in camera, mentre
mio fratello, dopo la medicazione, è stato portato nella camera di
cura intensiva. Sentivo dal corridoio la voce di mia madre. Sono
stata contenta e appena si è affacciata alla porta, mi sono messa
a piangere. La mamma ha cercato di consolarmi, preoccupata per mio
fratello. Papà veniva a trovarmi ogni mattina. Così è arrivato il
giorno in cui il dottor Simmovic ha detto che potevo andare a
casa. Papà e mamma sono venuti subito a prendermi. Pochi giorni
dopo è stato dimesso anche mio fratello. Sono stata felice. Stiamo
tornando alla vita, nel nostro sangue. È stata quella la giornata
più brutta della mia vita.

Mi chiamo Dejan e già nell' aprile del 1992
avevo capito che a Sarajevo stava succedendo qualcosa di strano
perché «per ragioni di sicurezza» non potevamo andare a scuola.
Che fosse incominciata la guerra, l'ho capito già il 14 di maggio,
quando tre granate hanno colpito il palazzo in cui abito e tutte
le finestre del nostro appartamento sono andate in frantumi per le
detonazioni. Abbiamo passato quella notte nella gelida e umida
cantina. Nel periodo seguente sono uscito raramente di casa,
mentre mio fratello maggiore si trovava con gli amici davanti al
palazzo. La sera del 20 agosto è esplosa la granata ed è stato
ferito alle ginocchia, tutte e due. Era domenica, 30 agosto
1992, una bella giornata estiva, se sia possibile in guerra una
bella giornata. Era abbastanza calmo e papà è uscito verso le otto
per comprare il pane, mentre io sono andato dai vicini per trovare
il mio compagno di scuola Tarik, fermo a letto perché ferito da
una granata. Sono tornato a casa verso mezzogiorno e mezzo e la
mamma mi ha detto di andare a dare il cambio a papà che stava in
fila davanti al negozio, al mercato di Alipasino Poljc. Sono
andato verso il mercato e già da lontano ho visto papà stare
all'inizio di una lunga fila di gente, che aspettava il pane. Così
ho affrettato il passo. Avvicinatomi al papà che stava per darmi
in mano i soldi per il pane, ho improvvisamente sentito una forte
esplosione e la detonazione mi ha spinto a terra. Ho cercato di
rialzarmi, ho sentito calore sopra l'arcata destra e sono
ricaduto... Al risveglio, non sapevo se era giorno o notte, né
dove mi trovassi, né cosa fosse successo. Aprendo lentamente
l'occhio sinistro, capii che il destro rimaneva chiuso. Intorno a
me, letti di ospedale, con feriti. Ho tentato di alzarmi, ma ho
sentito dolore nel lato destro. Notai dei tubicini inseriti nel
lato destro del capo e non potevo muovere il braccio destro. È
accorsa allora un'infermiera che mi ha spiegato che ero ferito
gravemente, che ero stato operato e che i tubicini servivano per
il drenaggio, due, per il catetere e l'infusione. Erano le dieci
di sera. Non sapevo di essere stato senza conoscenza per nove ore
e che solo l'impegno eccezionale dei medici e del personale medico
dell' ospedale militare mi aveva salvato la vita. Respiravo a
fatica e ad ogni minimo movimento la ferita sulla destra faceva
molto male. Solo dopo una settimana ho potuto alzarmi. Le mie
condizioni miglioravano di giorno in giorno, ma non potevo affatto
muovere il braccio destro. Con l'aiuto del fisioterapeuta, il
braccio ha incominciato col tempo a funzionare un pochino. Ho
saputo che è stato ferito pure mio padre e che si trovava
nell'ospedale di Kosevo. Il 10 settembre papà è stato dimesso ed è
venuto a trovarmi. Siamo stati felici di ritrovarci vivi, ma
dispiaciuti per quanto ci era successo. Un mese più tardi, mi
hanno fatto la plastica al torace, dove la scheggia aveva
provocato un buco grosso. Sei settimane dopo il ferimento ho
lasciato l'ospedale e sono tornato a casa. Il braccio destro
tuttora non va molto bene e devo fare esercizi tutti i giorni. Se
fa freddo, l'intero braccio mi fa male e non posso scrivere finché
non si scalda. Anche questa mia lettera sarà difficilmente
decifrabile perché la mia mano non scrive più come una volta. Nel
marzo del 1993 ho incominciato a frequentare la classe settima
della scuola di Alipasino Poljc. Il papà ha conservato il giornale
«Oslobodenje» del 31 agosto 1992 dove, in prima pagina, tra quelli
degli otto morti nell'esplosione di granate ad Alipasino Poljc,
figura anche il mio nome. Dal giorno del ferimento, il rumore di
proiettili e di granate mi fa molta paura. Il mio unico desiderio
è che la guerra finisca subito, per poter vivere come una volta.

Mi chiamo Adisa e ho 14 anni, e il 15
settembre 1992 è un giorno che non dimenticherò finché vivrò, ma
quanto a lungo sarà non si può dire. Come per tutti i miei
concittadini, con cui a Sarajevo condivido la stessa sorte. Una
sorte crudele per tutti noi, sorte riservataci da psicopatici
selvaggi. E così questi dei monti, non so neanche come chiamarli,
ogni parola è troppo tenera per definirli, gli assassini, hanno
deciso la mia mala sorte. La giornata è estiva, bella. Il sole
invita a uscire, ma come fare se quelle bestie sono sempre in
cerca di vittime? Ma non resisto ed esco con la solita convinzione
«non toccherà proprio a me». Mi siedo su un muretto per prendere
un raggio di sole. Mi godo il sole senza immaginare cosa sarebbe
successo in pochi secondi. Il botto. La detonazione mi assorda.
Sento dolore nelle gambe e nella schiena, vedo il sangue e
scompare tutto. Ripresi i sensi, ho capito di trovarmi in un letto
d'ospedale. Per prima cosa ho guardato le mie gambe. Ho sorriso
nonostante i dolori, c'erano tutte e due. In fasce e insanguinate,
ma c'erano. I genitori mi hanno detto che è andata
bene, per come poteva andare... Un uomo è morto, ci sono
altri feriti. Ho sofferto molto, sono stati i momenti più brutti
della mia vita. Ho sofferto così tanto solo quando è morto il mio
unico, caro e mai dimenticato fratello. Non capirò mai perché, che
male avesse fatto il mio fratellino per finire così la sua giovane
vita. Cosa ho fatto di male io e migliaia di bambini come me.
Vorrei che qualcuno mi desse una risposta accettabile. E infine
devo anche porre questa domanda: chi e perché ha voluto tutto
questo.

Mi chiamo Kreho, ho 13 anni e sono stato
ferito il 14 maggio 1992. Poiché la granata ci aveva distrutto
metà della casa, che non si poteva più abitare, eravamo andati a
stare dalla zia nel quartiere di Mrid. Ci siamo trasferiti il 7
maggio e già il 14 maggio sono stato ferito. Stavamo in cantina e
dopo che si è calmato un po', siamo usciti in cortile. Dopo poco,
sono di nuovo incominciate a cadere le granate. Una è esplosa
sulla strada e ci siamo messi tutti a correre di nuovo verso la
cantina. Mi trovavo all'uscio quando ne è esplosa un' altra sul
terrazzo, a poca distanza. La scheggia mi ha colpito la gamba,
cioè me l'ha trapassata, rompendo due ossa così che la gamba
penzolava e il sangue sgorgava fortissimo. Ho incominciato a
piangere e chiamare lo zio perché la detonazione mi aveva
scaraventato dentro. Lo zio, la zia e il papà mi hanno portato a
scuola dove c'era il medico. Mi hanno tagliato la tuta e sono
rimasti allibiti alla vista della ferita. La zia, che fa
l'infermiera, ha trovato un pezzo di legno per fissare la gamba
fino all'ospedale. Un soldato aveva rotto una sedia per
procurarlo. Mi hanno poi accompagnato in macchina alla clinica
traumatologica. Un medico mi ha prontamente accolto e portato
direttamente in sala operatoria. Dopo l'operazione, la gamba è
stata ingessata. Mentre venivo trasportato su un carrello, lungo
la corsia, ho visto la mamma su un altro carrello. Ho gridato
«mamma, anche tu», e anche lei chiamava il mio nome. Ho visto una
lacrima nell' occhio del medico, mentre l'infermiera piangeva
proprio. Il medico si è rivolto alla mamma dicendo: «Vedi che tuo
figlio è salvo». La mamma è stata poi portata in sala operatoria
perché aveva una scheggia dentro il piede. La dottoressa Sonia si
è occupata di me. Solo dopo diversi giorni, quando è passata la
crisi, ho saputo che la mia gamba era in forse. Sono grato ai
medici che me l'hanno salvata. Ho passato un mese in clinica,
assieme alla mamma. Rilasciati, dovevamo camminare con le
stampelle. Ho avuto paura per molto tempo e me ne sono liberato
difficilmente. Solo a settembre, dopo l'intera estate, ho
incominciato a camminare. Se cambia il tempo, la gamba mi fa male
e non posso appoggiarmi del tutto. Ma spero che anche questo
diverrà un giorno solo un brutto sogno e che potremo di nuovo
vivere da persone normali.

Mi chiamo Leyla e ho 13 anni. Ricordo
la mattina del 6 aprile, le barricate intorno a Sarajevo. I primi
tiri di mitragliatrice, la prima granata. La gente davanti al
palazzo del parlamento. I cecchini cercano le loro vittime tra la
folla. Le granate. Per la prima volta conosco un rifugio. In una
gelida cantina di Sarajevo, mentre i bambini terrorizzati urlano e
gli adulti non sanno che fare, io, tremante di freddo e di
terrore, guardo in faccia la realtà, la guerra. Parola
raccapricciante che comprende le uccisioni, l'odio, la morte, e
che non è più solo un racconto dei nostri nonni, la guerra è qui,
intorno a noi. È presente nell' aria che respiriamo, nel poco cibo
che abbiamo da mangiare, nelle granate che generosamente vengono
lanciate dai monti circostanti e che in maniera più trucida
uccidono, massacrano donne, vecchi, bambini. La vita umana è ora
solo una parola. L'aggressore sta distruggendo spietatamente le
case, i monumenti, i palazzi pubblici. L'inferno dura da giorni,
settimane, mesi... Una sera d'agosto esco di casa. D'improvviso...
Trash! L'esplosione mi scaraventa per terra. Mi convinco che non è
niente, mi alzo con calma e mi incammino verso casa. Mio Dio, non
dovrei essermi abituata, ormai! Al momento di afferrare la
maniglia della porta, ne esplode un' altra. Sento pezzi d'acciaio
bollente penetrare nel corpo. Grido. Cado... Mi sollevano e
portano dentro. Appena intravvedo i visi, papà, mamma, i vicini.
Mi fanno coraggio, mi consolano. Nei loro occhi vedo il terrore.
Piango. Poi, il trasporto all' ospedale, la mia prima corsa in
macchina dopo alcuni mesi... L'arrivo in ospedale, la sala
operatoria, l'odore del sangue, i medici. Dio, ma sono davvero io?
Poi arriva la notte, tremenda, insonne, con i miei gemiti di
dolore, il mio sangue sulle lenzuola. Quando finalmente arriva il
mattino, l'orrore aumenta. Alla luce del giorno vedo le persone
intorno a me, mutilati, massacrati, nelle loro facce mi riconosco.
Capisco che sono una di loro. Senza speranza e senza paura. Vorrei
solo essere lasciata in pace. La notte insonne ha fatto il suo:
chiudo gli occhi e mi addormento... Visite. I parenti, gli amici.
La compassione, mi compiangono quelli compianti da me fino a
ieri... Il tempo passa, le ferite cicatrizzano, sono rilasciata.
Col tempo, non si vede più molto, rimane una sola cicatrice, sul
corpo e sull'anima, che mi ha fatta crescere di colpo e che mi
farà sempre ricordare che non devo perdonare, che non devo
dimenticare mai, che devo odiare chi ha causato tutto questo.

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