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I miei piccoli in età prescolare arrivarono
il primo giorno di scuola. Sei bambini di quattro anni saltellanti
che facevano mostra di guardaroba nuovi e colorati. Ogni testa di
capelli era accuratamente pettinata o acconciata con fermagli
fantasia. Il numero sette arrivò con un po' di ritardo e con il
suo stile personale. Si chiamava William. Una sottile maglietta
grigia era tesa sul suo torace. Sembrava lavato ma non pulito,
asciugato ma non piegato. Le parole sbiadite di un parco di
divertimenti facevano bella mostra di sé sul davanti, posizionate
proprio tra le macchie che sembravano di una bevanda rossa e di
mostarda.

William indossava la maglietta fieramente,
come un soldato con le sue mostrine. I suoi jeans, scoloriti e
consumati sulle ginocchia, dimostravano la personalità di un
ragazzino industrioso. Batman spuntava eroicamente dalle chiusure
di velcro delle sue scarpe infangate. I
bambini continuarono tranquillamente a entrare mentre William
esplorava sbadatamente il centro artistico. Due ragazzine
attraversarono la porta indossando soprabiti col cappuccio, mentre
un ragazzino dai capelli scuri indossava una nuova giacca di
velluto. Solo un leggero parka rosso, aperto e non lavato,
scaldava William. Le settimane passavano e William continuava ad
apparire ogni mattino tra le facce strofinate e le mamme di tutti
gli altri. Andava e veniva scortato da un' anonima persona su un
furgoncino con l'insegna di una scuola.

Morivo dalla voglia di passare una
spazzola tra gli arruffati capelli biondi o persino di sistemare
quella giacchetta mezza su e mezza giù che rifiutava di togliere.
Sognavo a occhi aperti di fuggire per un'ora con la sua maglietta
e immergerla velocemente in acqua e candeggina, e poi di
rendergliela ancora calda per l'asciugatura. Ma la cosa peggiore
era che mi immaginavo i genitori di William freddi e indifferenti,
persone che non si occupavano mai dei bisogni del figlio. Sognavo
per lui un giorno reso speciale da una maglia che ancora portasse
i segno della busta di plastica o di un paio di scarpe che
facessero il rumore della gomma nuova sul linoleum. Mi domandavo
che cosa sognassero i genitori di William. Un giorno incontrai
William insieme alla sua mamma e al suo papà in un supermercato
delle vicinanze. Sedeva comodamente nel carrello, sistemato tra le
cialde surgelate e un gallone di latte. «C'è la signorina Mary!»
annunciò tutto fiero e meravigliato che la sua maestra facesse la
spesa nel supermercato. Scambiai una stretta di mano con i suoi
genitori e iniziammo a conversare.

All'improvviso vidi molto di più di quello
che William indossava, vidi l'amore nella sua famiglia. La mamma
di William mi diede un saluto tranquillo, sistemandosi la
camicetta in tinta unita mentre suo figlio continuava a ripetere
il mio nome. Mescolava i suoi buoni e sembrava fare fatica a
intrattenere una conversazione. Di quando in quando allungava la
mano per sistemare i riccioli ribelli di William o per ripulirlo
dalle briciole della merenda. Scoprii che il padre di William si
occupava della manutenzione in un magazzino industriale nei
paraggi. Le sue giornate erano lunghe, faticose e spesso
imprevedibili. Mi disse che di non aver mai terminato gli studi,
ma di essere davvero felice che William stesse arrivando a
imparare tanto. Il papà aveva sistemato le cose in modo da avere
il libero il venerdì successivo, uno dei suoi tre giorni di
vacanza, per venire in classe e vedere, come la mise lui "come sta
andando mio figlio". Quando il suo capo gli aveva detto che non
sarebbe stato possibile, lui fieramente "era stato inflessibile e
aveva insistito che era importante, davvero importante". Sembrava
triste mentre diceva che sua moglie non sarebbe potuta venire con
lui. «Il suo capo non la lascia.

Lei voleva, ma non c'è nessuno a sostituirla
e d'altra parte, ci sono state un mucchio d'interruzioni del
rapporto di lavoro, non possiamo correre rischi». «La mia mamma è
uscita presto oggi!» disse William. Mi rallegrai della suo
evidente piacere, capendo che si trattava di un lusso che la donna
stanca davanti a me si concedeva di rado. Il venerdì il papa di
William venne, come promesso. Torreggiava al di sopra dei bambini
di quattro anni, quando prese posto su una seggiolina e si mise
diligentemente a colorare con i pennarelli. Sorrideva mentre
scorreva con lo sguardo la classe. Poi il suo viso si fece serio,
si rivolse a me e mi chiese: «Signorina Mary, William l'ascolta?».
Gli assicurai che William era attento. «È educato e risponde "Sì
signora" e "No signora"? Perché questo è molto importante per sua
madre e per me». Con la mano callosa sulla spalla di suo figlio,
il papà di William continuò a parlare di un amore più forte del
tessuto di qualunque vestito. «Vogliamo che impari un mucchio di
cose, ma la più importante è che capisca perché lo mandiamo a
scuola. Vogliamo che cresca bene e che si comporti bene perché è
la cosa giusta da fare.

Vogliamo che sia gentile con tutti, senza
badare a quello che uno ha o al colore della sua pelle». lo rimasi
lì, imbarazzata per i miei stessi pregiudizi. Per mesi, avevo
giudicato quella famiglia in base all'aspetto del bambino. Davanti
a me c'era un padre semplice e onesto che non aveva bisogno di una
giacca di lana con una firma ricamata o di un nuovo paio di jeans
per dimostrare quanto tenesse a suo figlio. Aveva scelto per suo
figlio qualcosa che non si può trovare nei negozi o sugli
scaffali. Aveva scelto la bontà, la gentilezza e il rispetto. Gli
aveva fatto dono del proprio amore e, quel giorno, del suo tempo.
Pochi giorni dopo la visita, William venne vicino a me nel campo
giochi. Stranamente non notai la sua maglietta o se aveva i
capelli pettinati. Faceva un po' freddo, ma lui correva nel
giardino della scuola come se fosse un giorno d'estate, con le
braccia allargate, cogliendo la brezza. Il suo sorriso radioso gli
illuminava il viso. «Sa, signorina Mary», disse mezzo affannato.
«Il mio papà e la mia mamma mi vogliono un mucchio di bene!».

«Lo so, William, lo so. Vedo quel bene ogni
giorno, quando guardo la tua bella faccia». Lo abbracciai e lui
riprese a correre nel vento.
Mary Chavoustie
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