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«Là dove c'è un grande amore, ci sono sempre miracoli».
Willa Cather
Ricordo che mi spaventai, la prima volta che vidi zio Charlie. Ero appena scesa dal bus della scuola, passando dalla luce del giorno alla penombra della casa, non ci vedevo. Quando i miei occhi si furono abituati, fui sorpresa di vedere un letto in sala da pranzo. Uno strano uomo con la barba lunga sedeva, sostenuto da cuscini, nella stanza. Per un istante mi chiesi se non avessi sbagliato casa. «Patty, sei tu?» mi chiamò la nonna dall' altra stanza. lo  mi precipitai in cucina. «Nonna, chi è quell'uomo?» Ricordi di quando ti ho parlato di Charlie, che si è ammalato in guerra ed è stato ricoverato all'ospedale dei veterani? Bene, quell' uomo là è tuo zio Charlie».  L'uomo silenzioso in sala da pranzo non somigliava affatto alla sorridente fotografia sulla mensola del camino.
«La notte scorsa, Patty, ho fatto un sogno» disse la nonna. «E nel sogno, Dio ha parlato... Ha detto: "Vai a prendere tuo figlio. Portalo a casa, e starà bene". E così ho fatto. Stamattina, dopo che tu sei andata a scuola, ho preso l'autobus fino all'ospedale. Ho camminato dritta fino alla camera di Charlie, gli ho preso la mano e gli ho detto: "Ti porto a casa"». La nonna ridacchiò. «Santo cielo, chissà che aspetto avevamo, di corsa giù dal prato di quel vecchio ospedale, e lui con quella vestaglia aperta, che svolazzava dietro. Non ci ha fermato nessuno. Ma nessuno ha detto una parola, nemmeno sull' autobus». Si fermò un istante. «Era come se fossimo invisibili». «Nonna, anche Charlie si è comportato come se non mi vedesse. Forse anch'io sono invisibile». «Charlie ti ha visto. È solo che è in quello stato che i dottori chiamano "catatonico". Immagino sia il loro modo di dire che il gatto gli ha mangiato la lingua». Smise di dondolare sulla sedia. «Non preoccuparti, adesso. Charlie parlerà. Ha solo bisogno di sapere che gli vogliamo bene, e che è a casa». Spaventata dall'oscurità oltre la porta aperta della cucina, corsi alla porta sul retro, superai con un balzo il portico e mi misi a correre nel giardino, colpendomi le cosce e fingendo di essere al tempo stesso un cavallo e un cavaliere. Evitai la sala da pranzo per mesi, ma alla fine mi abituai al silenzio di Charlie e presi a giocare nella sua stanza. Le sue ginocchia avvolte nella coperta erano le torri dei miei castelli. «Charlie, sei sveglio?» bisbigliavo.
 «Oggi, a scuola, ho visto la figura di un principe azzurro nel libro della maestra. Aveva i capelli lunghi, proprio come te». La polvere scintillava nel raggio di luce che filtrava dagli scuri accostati. Aprii la mano per afferrare la luce, facendo volteggiare la polvere. «Guarda Charlie, ho preso una manciata di sole. Ci sono milioni e miliardi di minuscole stelle qui dentro». Allungai il  pungo chiuso. «L'ho preso per te».«Patty, ho qualcosa per te». Mi chiamò la nonna da fuori. Prima di lasciare Charlie, gli misi vicino la mia bambola preferita, con le labbra smaltate di un rosso accesso e mezza calva, e rimboccai le coperte a entrambi. «È una principessa. La lascio qui a tenerti compagnia». «Ho trovato questo uccellino sotto la vecchia quercia» disse la nonna. «I suoi occhi sono ancora chiusi. Deve essere appena uscito dal guscio. C'è un contagocce nell'armadietto dei medicinali, in bagno. Usalo per dargli da mangiare dei semi di girasole germogliati e acqua». Mi porse l'uccellino. «Svuota una scatola da scarpe e metti sul fondo qualcosa di molto soffice. Come lo chiamerai?»
 «Uccellino. Lo chiamerò Uccellino, proprio come nella canzone». Rientrai e svuotai sul tappeto la scatola che conteneva la mia collezione di rocce. «Ehi, Charlie, guarda che cos'ho!» Misi Uccellino nella scatola vuota. «Sorveglialo un minuto. Devo andare a prendere il contagocce». Misi la scatola sulle ginocchia di Charlie.  Quando tornai con il contagocce, la scatola era rovesciata per terra, vuota. Charlie l'aveva fatta cadere! «Charlie», bisbigliai, cercando di non piangere, «dov'è Uccellino?» Aprendo appena le mani che teneva a coppa, Charlie sorrise mentre guardava il minuscolo becco spalancato per la fame, che spuntava tra il suo pollice e le altre dita. Quella sera, mentre pelavo le patate, dissi: «Sai, nonna? Charlie si sta prendendo cura di Uccellino». «lo so. L'ho visto. E tu sai un' altra cosa? Fa degli strani suoni, come se stesse canticchiando». La nonna stava finendo di preparare il vassoio per Charlie, quando lui entrò in cucina e sedette al tavolo, indossava una tuta e una camicia a quadretti.
 Era la prima volta che lo vedevo indossare qualcosa che non fosse un pigiama. La nonna spalancò gli occhi, strabiliata. Sembrava così sciocca che iniziai a ridere. Poi Charlie emise il primo suono che gli avessi mai sentito emettere, a parte russare o tossire. Si mise a ridere! Dandosi colpi sulle ginocchia, rise fino a quando le lacrime gli scesero sulle guance. Poi infilò la mano nella tascona della tuta e tirò fuori Uccellino. «Guarda», disse. «Non è la cosa più dolce e più indifesa che tu abbia mai visto?» La nonna quasi cadde dalla sedia. Poi iniziò a piangere. lo non ero sorpresa, perché sapevo che anche se lui era sotto l'effetto di un incantesimo, non sarebbe durato. Gli incantesimi non durano mai.

Patty Hathaway-Breed

 

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