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Il
piccolo Giove, fu sottratto da sua madre e portato in una grotta
lontana dell'isola di Creta. Era molto bella la sua cameretta;
scavata nella profondità della roccia, era tutta tappezzata di
muschio e di edera e, mille ghirlande di fiori ne ornavano
l'entrata.

Attorno alla sua culla le belle Ninfe, le fatine dei boschi, si
affaccendavano a divertirlo. Adrastea, la fatina più ingegnosa, gli
aveva costruito una splendida palla traforata, intrecciata
con cerchi d'oro, in cui deliziosi ceselli di foglie si
arrampicavano con grazia, e, quando il piccino si annoiava, scuoteva
dolcemente la palla luminosa e la lanciava in alto,battendo le
manine e ridendo a quel luccichio e a quel tintinnare giocondo.Le
api distillavano per lui miele saporito e profumato, colombe bianche
venute da chissà quali paesi lontani gli portavano l'ambrosia divina
e un aquilotto dalle forti ali gli portava dal cielo il nettare
dolce che dona l'immortalità. C'era poi una capretta fatata, Amaltea,
che gli porgeva il latte e che sapeva tanto bene giocare con lui a
rincorrersi lungo i pendii. Quando poi gli strilli del divino
fanciullo salivano al cielo,accorrevano alcuni grandi uomini dei
boschi, i Coribandi, i quali si affrettavano a battere forte con le
lance sugli scudi di bronzo, mentre si agitavano nelle vivaci danze
guerriere e cantavano inni di battaglia.Così il chiasso era talmente
indiavolato e assordante che le grida di Giove venivano sicuramente
coperti. Intorno al fanciullo fortunato c'erano anche i Ciclopi, i
giganti dalla forza immensa, più alti di una montagna, con un sol
occhio in mezzo alla fronte, i quali, incatenati da secoli, si
divertivano a preparare al piccolo Giove le folgori dorate che egli
poi lanciava, abbagliando il cielo e facendo scoppiare il tuono
pauroso.

Per giocare sulle praterie e nei boschi, Giove aveva per compagni i
faunetti grinzosi dalle corna aguzze e dai piedi di capra e le belle
Ninfe dai capelli biondi e la graziosa capretta Amaltea, che egli
amava sopra ogni cosa.Un giorno però avvenne che Giove e la
caprettina s'inseguissero con più ardore del solito attraverso le
folte boscaglie, e che la caprettina, nella foga della corsa,
battesse la testa contro un albero. Il colpo fu così forte, che uno
dei corni si spezzò.Accorse pietosa la ninfa Melissa e,
premurosamente, spalmò dei balsami preziosi e fasciò con cura la
testa della bestiola. Giove, disperato per il male che
involontariamente aveva arrecato alla bianca capretta dagli occhi
dolci, assistette alla medicazione fatta dalla buona Ninfa, poi,
raccolto da terra il corno di Amaltea, disse: "Te lo dono Melissa,
poiché tu hai curato con tanto amore la mia capretta, questo corno
si riempirà di qualsiasi cosa tu desideri in ogni momento! Basterà
che tu lo chieda." La Ninfa dal cuore gentile, fu grata del dono
divino e, da allora, il corno spezzato della capretta Amaltea, che
concedeva a chi ne era in possesso tutto ciò che desiderava, fu
chiamato il Corno dell'Abbondanza.

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